L’Aspromonte è una montagna singolare. Una sua unicità era il lago Costantino, formatosi per una frana che ostruì la fiumara Bonamico. Particolare per la nascita lo fu anche per la scomparsa avvenuta per interramento. Potete leggere la sua storia in  https://www.laltroaspromonte.it/storie/il-lago-costantino/

Ulteriori notizie le abbiamo tratte dagli studi dei geologi Peter Ergenziger e Hillert Ibbeken dell’Università di Berlino che si occuparono per diverso tempo di studiare le caratteristiche dell’apporto solido che interessa i corsi d’acqua e le zone lacustri in particolare. Altri studi simili hanno posto l’accento sulla qualità del materiale trasportato ma non sulla quantità che risulta invece determinante per l’equilibrio complessivo dei bacini idrici.
La Calabria e l’Aspromonte in particolare offrirono allora condizioni uniche ai ricercatori tedeschi che vi dedicarono 20 anni dei loro studi.
Ma perché proprio la Calabria?
Molteplici i motivi:
– il territorio è interessato da movimenti tettonici risalenti al Pleistocene che ne hanno causato un innalzamento fino a 1000 metri con conseguenti fenomeni disgregativi che lo rendono particolarmente fragile;
– presenza di corsi d’acqua ad altissima energia (brevi e assai pendenti);
– presenza di formazioni rocciose degradate di natura granitica (ignee intrusive), metamorfica e sedimentaria;
– disponibilità di cartografia aggiornata in scala 1:100.00 e 1: 25.000 a carattere topografico e geologico (1: 25.000);
– distanza da Berlino di circa 2.300 chilometri, non brevissima ma che ha consentito di trasportare in auto una quantità notevole di materiali e strumentazione (impossibile in aereo o treno);
– massima disponibilità, accoglienza e collaborazione della popolazione (in particolare la famiglia Stranges di San Luca) e delle autorità locali che hanno messo gli studiosi in condizioni di operare con assoluta tranquillità.

Le immagini sono tratte dal volume “Sorce and Sedime di H. Ibbeken – R. Schleyer, 1991 Frei Universität di Berlino” e i testi tradotti e rielaborati dall’ing. Joseph Moricca.

Foto 01
La frana di Costantino immediatamente dopo la sua formazione il 4 gennaio 1973. Altezza massima della diga è di 80 metri. Attualmente il livello del lago sta ancora salendo. Notare che la frana si è accumulata sul pendio a destra nella foto e anche la cospicua fuoriuscita dell’acqua nella parte centrale della diga dove si è creata un’apertura. È questo il luogo dove un mese dopo l’evento franoso si è formato il nuovo assetto della valle. (Foto Mario Stranges)

Foto 02
Vista a monte e verso lo sbocco della valle del Bonamico appena formata. Questa valle si è formata lentamente e silenziosamente in periodo di circa dieci giorni e non bruscamente in un’unica catastrofica rottura della diga.
Per molti anni, la frana sarà la causa di un eccesso di deposito sedimentario sul letto della fiumara a monte dello sbarramento. A monte del lago, durante le inondazioni, la potenza dell’acqua è sufficiente a trasportare massi ancora più grandi, come si nota qui.

Foto 03
Gneiss* e pegmatiti** della zona del lago Costantino. Il forte grado di disgregazione rende queste rocce la principale fonte di approvvigionamento ghiaioso del bacino del Bonamico. Si nota una cascata che si getta nel lago.
*roccia stratificata di origine metamorfica
** rocce magmatiche di natura intrusiva

Foto 04
La frana Costantino. La foto è stata scattata nel marzo del 1973, due mesi dopo l’evento. Da notare che la frana, staccatasi dal costone a sinistra, per la velocità, si è accumulata in alto sul pendio a destra. La diga è ora tagliata dalla nuova valle, il lago retrostante viene riempito dalla fiumara.

Foto 05
Vista verso Nord del monte Scorda (1572 m), limite settentrionale del massiccio metamorfico dell’Aspromonte. Numerose frane alimentano il ripido canale del Vallone Aurea, al centro, principale affluente del Buonamico superiore. A destra, in fondo, la piana dello Zomaro. Singoli esemplari di pini larici.

Foto 06
Pendii scoscesi e frane del Potamia, breve ma possente affluente del Buonamico in primo piano. Sulla cresta, al centro e a destra, i ruderi del villaggio Potamia, abbandonato dopo il terremoto del 1783. È questo l’aspetto tipico dei pendii della fascia ad alta pendenza.

Foto 07
Campionamento in alveo dei sedimenti del fiume Buonamico. Vista a monte da sotto San Luca verso ovest, cioè verso la linea di massima pendenza dove il fiume si allarga. Sullo sfondo si nota la frana Costantino.

Foto 08
La frana di Fernìa dell’ottobre 1951, innescata da un temporale che durò 3 giorni con precipitazioni di quasi 1500 mm. Tuttavia, questa frana, intrappolata nella sua parte superiore a forma di X, contribuisce solo in minima parte al sistema fluviale attuale.

Foto 9 e 10
Il delta del lago Costantino nel settembre 1976. La maggior parte di questo corpo sedimentario è stato depositato subito dopo la formazione del lago.

Tra i greci di Calabria ho conosciuto diversi personaggi. Catuzza Nucera detta di Clistì era unica. La descrive mirabilmente Valentino Santagati nel suo libro (con Carlo Mangiola) Le vacche sono anime del Purgatorio, Iiriti 2001

Catuzza Nucera di Bova, la vedova del maresciallo Volontà, non parlò greco in gioventù.
Era nata nel 1912 in una famiglia contadina e i suoi genitori, convinti che il greco rivelasse alle orecchie del mondo l’uomo d’ammunti, zangrèo e paddecu, basarono l’educazione linguistica della prole sul calabrese boviciano.
Solo quando si bisticciavano scappavano dalle loro bocche male parole greche, e quando si cantavano travùdi d’amore non riuscivano a prescindere dalla lingua madre.
A dispetto di tutti gli accorgimenti, nel segno dei canti e delle piccole sciarre familiari, Catuzza diventò comunque grecofona. Io la ricordo nelle manifestazioni degli ellenofoni e negli incontri tra greci di Grecia e di Calabria: con le pupille ridenti dentro gli occhiali grandi si avventava sul microfono come su una preda fino a stringerlo con forza mentre se lo portava alla bocca.
A quel punto, sventolando la mano libera con un gesto frequente nelle contadine che cantano o si accalorano nel parlare, dava inizio all’esecuzione di una sfilza di canti greci.
Catuzza proseguiva ad oltranza, con un’allegria e un calore che conquistavano sempre l’uditorio, fino a quando qualche imbarazzato organizzatore, ringraziandola e proponendo un applauso per lei, non le strappava il microfono di mano per evitare di accumulare ritardi sullo svolgimento del programma.
Una sera di dicembre del 1990, mentre parlavamo nella casetta di Bova ove viveva col figlio schettu (celibe n.d.r.), feci osservare a Catuzza che forse i suoi mari (defunti n.d.r.) genitori sarebbero stati contenti di una figlia come lei, che vendicava dopo tanti anni le loro umiliazioni impegnandosi nel revival del canto greco.
“Ma cu lu sapi — dubitò Catuzza — iddi camparu quandu lu greco era mundizza. Nui avivamu lu granu seminatu e facivamu lu bacu di la seta, ma me patri era capu mulatteri chi purtau lu sali di Melitu a Bova pi sessant’anni. Aviva nu frati a lu seminariu puru. Accamora di mia pensavanu ca pacciai, ca li sensi mi bbandunaru”.
(Ma chi lo sa – dubitò Catuzza – loro sono vissuti quando il greco era spazzatura. Noi avevamo il grano seminato e allevavamo il baco da seta, ma mio padre era capo mulattiere che portò il sale da Melito a Bova per sessant’anni. Aveva pure un fratello in seminario. Ora di me penseranno che sia impazzita, perché i sensi mi hanno abbandonato n.d.r.).
Nucera Caterina nata a Bova il 09-09-1912, deceduta a Melito di Porto Salvo il 21-05-1997

Un tragico incidente avvenuto oltre un secolo fa in Aspromonte, narrato vividamente dallo scrittore sanluchese Fortunato Nocera in Colloquio col padre, Città del Sole 2011

Mia nonna perse il padre da bambina a causa di una disgrazia che ha dell’incredibile. Era la fine del 1800 e Francesco tornava dalla montagna dove lavorava come garzone in una delle mandrie di don Vittorio, portava la bisaccia carica di formaggi da consegnare al padrone. Era il mese di settembre, la calura era ancora grande. Francesco sentì il bisogno di rinfrescarsi ad una sorgente che scaturiva in una valletta vicina. Per abbreviare il cammino lasciò il sentiero che portava al paese e prese per un campo di mais. La raccolta delle pannocchie era avvenuta da poco; gli steli erano stati tagliati a circa venti-trenta centimetri dal suolo. Per la stanchezza, per la sete e per la grande calura, Francesco inciampò con una delle stringhe delle sue calandrelle e cadde in avanti, sospinto anche dal peso della bisaccia.  Uno degli steli tagliati a forma di cuneo andò a conficcarsi nel petto recidendo di netto l’aorta. Morì dissanguato in meno di mezz’ora. Fu trovato la sera dello stesso giorno. Avrebbe compiuto trent’anni la settimana successiva. Aveva attraversato valli e valloni, era passato su strettissimi viottoli a strapiombo su profondi burroni, aveva guadato torrenti turbinosi, saltando sulle pietre che affioravano dall’acqua, aveva camminato ininterrottamente per quattro ore e mezzo ed era venuto a morire in pianura, a meno di un chilometro da casa.

 

A cura della redazione de “L’Altro Aspromonte”

All’indomani del terremoto del 1908, uno dei primi impegni di Umberto Zanotti Bianco e dell’ANIMI (Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia fondata nel 1910) fu quello della realizzazione di asili e strutture per la prima infanzia, che Zanotti aveva osservato con i suoi primi viaggi in Aspromonte, crescere in condizioni terribili per mancanza di cure e minima igiene.
Uno degli aspetti meno noti di questo impegno è forse l’idea del gruppo animato da Zanotti di sperimentare in modo originale, attraverso i nuovi asili e le scuole per bambini che nascevano, il metodo pedagogico-didattico di Maria Montessori, in quel tempo già affermata pedagogista e studiosa di fama internazionale.
Lo Stato, una legge per assumersi la gestione delle scuole per l’infanzia e dare impulso all’istruzione elementare, l’aveva appena emanata, la legge Daneo-Credaro del 1911, ma restava, specialmente al Sud, sulla carta. Come scriverà anni dopo Zanotti tracciando un primo bilancio «[…] a metà del 1920 non un edificio scolastico è stato ancora costruito, non un edificio scolastico definitivo esiste in tutta la provincia».
Mancavano insomma le strutture, che l’ANIMI metteva in cantiere, ma mancavano soprattutto le maestre. Partiva così nel 1913 per iniziativa del presidente dell’ANIMI, Leopoldo Franchetti, in contatto con la Montessori la richiesta per ottenere nel primo costruendo asilo infantile nel comune di Melicuccà due maestre idonee.
Le prospettive non erano proprio allettanti e le risposte tardavano: alloggio nella baracca dell’asilo, rimborso del prezzo del viaggio di andata e ritorno in seconda classe, stipendio di 150 lire mensili. Scriverà a Franchetti la Montessori a proposito delle candidate: “finché continua in loro la speranza d’avere un posto in Roma… nessuna vorrà sentir parlare di Melicuccà”.
Il problema non era solo il trasferimento in posti che si sapevano quasi selvaggi e lontani dal mondo. Era che, eccettuate le monache, una signorina senza marito difficilmente avrebbe potuto mettere piede a Melicuccà e dintorni, senza gravi rischi personali, maldicenze, mormorii.
L’Italia aveva già conosciuto, anche nel più progredito Nord, il peso di questi pregiudizi. Una maestrina toscana, Italia Donati, fatta passare attraverso lettere anonime per una poco di buono era per questo morta suicida sul finire dell’Ottocento, lasciando con una straziante lettera il proprio corpo a disposizione di chi avesse voluto verificarlo.
Non molto era cambiato.
Ed infatti la Montessori dopo qualche tempo segnalava a Franchetti la possibile soluzione di “una signorina D’Ettorre che fu molto diligente ed è vivace ed attiva. Essa sta per isposare un calabrese che ha trovato in Roma un piccolo impiego. Ma la proposta di Melicuccà farebbe cambiare i loro progetti: lo sposo sarebbe contentissimo di tornare in Calabria e la signora di seguirlo”.
Zanotti in ogni caso l’asilo di Melicuccà lo realizzò nello stesso 1911 e poi riuscì a trovare sul posto due maestre. Un grande successo per i tempi scriverà nel 1960, ricordandolo, le “prime maestre laiche, con patente per scuole materne, introdotte nella provincia di Reggio Calabria”. Nel 1911 apriva anche a Bruzzano Zeffirio l’asilo affidato alle cure di “tre suore dell’ordine di S. Andrea”. A queste prime due istituzioni seguono l’asilo di Bova Marina nel 1913 che era stato promosso dal prof. Timpano e quello di Gerace, affidato a “una delle giovani calabresi inviate a Roma perché venissero istruite dalla Montessori”. Poi quello di Brancaleone. Nel 1914 aprirà a Villa San Giovanni, un asilo in muratura affidato “a tre maestre laiche patentate”.
Zanotti Bianco aveva solo 25 anni.
Il tempo passava ed arrivò la grande guerra. Con essa nel 1917 anche il suicidio del senatore Franchetti, forse legato al dramma dell’uomo politico per la tragica disfatta di Caporetto. A lui verrà intitolata la Colonia Franchetti di Mannoli.
Gli sforzi dell’ANIMI e di Zanotti proseguirono ed erano quindici gli asili che operavano nel 1930 in Calabria.
Ultimo sarà l’asilo monumentale di S. Stefano d’Aspromonte, inaugurato dalla principessa Maria José di Savoia nel 1932 e dedicato ai caduti del Comune aspromontano nella grande guerra, che ancora oggi colpisce lo sguardo di ogni viaggiatore per la sua maestosità sulla strada verso Gambarie.

* notizie e documenti citati sono ampiamente tratti dal lavoro di ricerca della prof.ssa Brunella Serpe dell’UNICAL: “Le Case dei bambini di inizio Novecento attraverso l’Archivio storico dell’ANIMI” che si trova in Rivista di Storia dell’Educazione 2021 al quale rimandiamo per approfondimenti e bibliografia.

Altre notizie su U. Zanotti Bianco

Gli abitanti di Roghudi, insediati nel cuore della vallata della fiumara Amendolea, avevano con questa un rapporto contrastante. Questo imponente e capriccioso corso d’acqua era via di comunicazione ma barriera nelle stagioni piovose, prezioso per l’acqua che irrigava alcune colture ma strumento di morte quando le alluvioni seminarono lutti.
Il ponte sulla fiumara Amendolea, tra Roghudi e Ghorio di Roccaforte (che quindi chiamo “di Roghudi”), dovrebbe aver avuto la seguente evoluzione.
Nelle carte più antiche che ho trovato (1870 e 1903), nelle quali presumibilmente dovrebbe essere stato riportato un manufatto del genere, non vi è nulla.
D’altronde il 9 agosto del 1893 il sindaco Romeo chiedeva al prefetto Virginio Rambelli la costruzione della strada rotabile con la quale “avremmo i due ponti sui due grossi torrenti che quasi annualmente fanno delle vittime della gente che obbligatoriamente deve attraversarli”. (1)
La prima immagine che ho trovato in cui si vede qualcosa che potrebbe essere una passerella pedonale (come mi riferiscono anche alcune delle fonti orali consultate) è una foto aerea scattata da uno Spitfire britannico impegnato come ricognitore nel 1943. Una passerella così precaria da causare anche morti.
Segue il ponte ad arco realizzato nel 1934-36 dal Genio Civile e del quale pubblico 3 foto. La larghezza della carreggiata consentiva appena il transito delle auto, la prima a Roghudi giunse nel 1960.
Interessante la foto che ritrae una briglia a monte del ponte a sua protezione ma che venne spazzata via dalla fiumara, insieme al ponte, nei primi anni ’60. Pubblico anche una foto dell’attuale tracciato, subito dopo il ponte, con evidenziato il vecchio percorso.
Venne poi realizzato, nel 1963, un ponte in ferro con piano in tavoloni. Spesso ne mancavano alcuni rendendo rischioso il passaggio.
Nela seconda metà degli anni ’70 venne costruito l’attuale ponte a campata unica, finalmente un’opera sicura. Tuttavia, qualche anno prima le alluvioni avevano costretto gli abitanti di Roghudi e della sua frazione Ghorio a lasciare le proprie case. Insomma, venne realizzato quando non vi era più nessuno a cui servisse! Inoltre, non avendo una briglia a monte l’apporto di materiale litico è così cospicuo che la luce libera finisce con l’essere chiusa richiedendo interventi di rimozione.

Ben più a valle di Roghudi esiste il ponte che possiamo chiamare di Amendolea perché porta alla frazione omonima. Nella foto aerea del 1943 non vi è nessun manufatto come confermano i miei informatori. Si passava più a monte, a Malopertuso (il nome è un programma) e a San Carlo, più a valle. Si guadava il fiume a piedi con passerelle improvvisate. D’inverno quando la fiumara, con voce greca, faceva “pelago”, cioè, era in piena, si attraversava con dei carri. O a piedi immergendosi nell’acqua. In tal caso gli uomini più valenti si offrivano come Caronte, trasportando sulle spalle, per meglio dire a “pecurumbè”, da una riva all’altra coloro che ne avevano bisogno. O tenendosi per mano e formando una catena umana per resistere alla corrente del fiume.

Scarne notizie sugli attraversamenti del torrente Furrìa, affluente dell’Amendolea, tra Ghorio di Roghudi e Bova. Un vecchio ponte è ancora in piedi, a lato dell’attuale. Il luogo è oggi conosciuto dai torrentisti per le belle gole che forma, anche se non integralmente percorribili per frane.

In ultimo segnalo un ponte lungo una strada chiusa da tempo, quella che dai Campi di Bova, alla Croce di San Leo, scendeva a Roghudi, franata proprio in quest’ultimo tratto. Nel tratto iniziale serve diverse contrade ed è ancora in qualche modo percorribile. Si incontra un ponte detto delle vacche dato che sono i principali e forse unici fruitori stabili.
Ringrazio Domenico Minuto, Salvino Nucera, Ugo Sergi, Bruno Stelitano.

(1) Vincenzo Cataldo, Per ordine del Prefetto. Problemi, iniziative e governo del territorio nella provincia di Reggio Calabria durante la prima fase post-unitaria, Associazione Promocultura, 2022

Di seguito i link per poter osservare con Google Maps i vari ponti.
ponte Roghudi
ponte Amendolea
ponte Furria
ponte vacche
passerelle varie

Conoscerete il ghiro o quantomeno saprete che è un piccolo roditore famoso per il suo sonno prolungato e la sua irresistibile dolcezza. Meno simpatico quando infesta i solai delle case rurali provocando danni alle travi in legno.
Il ghiro (Glis glis) è un animale notturno diffuso in tutta Europa, dalla pianura ala montagna. Arboricolo, predilige frutteti e boschi di querce e latifoglie in genere. Lungo circa 30 cm di cui quasi metà è la coda e pesa meno di 100 gr. Pelliccia grigio cenere e bianca sul ventre.
Passa gran parte della sua vita a dormire. Durante l’inverno entra in un lungo letargo, per lo più in cavità degli alberi, che può durare fino a sette mesi! Questo letargo è il modo in cui il ghiro conserva energia e sopravvive ai rigori dell’inverno, quando il cibo è scarso.
Ma il ghiro non è solo un grande dormiglione. È anche un abile scalatore e un esperto nel trovare rifugi sicuri nei tronchi degli alberi o nelle cavità delle rocce. La sua dieta varia a seconda della stagione: si nutre di frutta, ghiande, insetti e piccoli vertebrati.
Se in pericolo cerca di distrarre il predatore staccandosi la coda, come le lucertole. Il meccanismo di difesa si definisce autotomia. Alcuni animali, se soggetti a predazione, si amputano parti del corpo per disorientare il predatore che spesso viene distratto dal parziale “bottino” consentendo all’inseguito di fuggire. A differenza delle lucertole però al ghiro la coda non ricresce.
Curiosità: il ghiro è noto per il suo “chatter”, un suono che emette per comunicare con i suoi simili. Ha infatti una vita sociale molto sviluppata e vive spesso in piccoli gruppi familiari. Il ghiro, in grecanico detto “oddìo”, può arrivare a vivere anche oltre dieci anni e pare che tale longevità sia dovuta all’effetto benefico del letargo.
Il ghiro era considerato una prelibatezza per le sue carni dagli antichi romani. Veniva cacciato e allevato in speciali contenitori chiamati “gliraria”.
Fino al 1977, anno di promulgazione della legge 968, rientrava tra le specie cacciabili. Attualmente è protetto dalla L.157/92, la c.d. legge sulla caccia, ed in Calabria, in relazione alla normativa nazionale, dalla L.R. 9/96 che ne vieta la caccia, la cattura e la detenzione.
Nonostante ciò, in Aspromonte è ancora ricercato. Un tempo si cacciava nelle notti di luce piena, ma con l’avvento della tecnologia si passò alle torce elettriche montate su fucili di piccolo calibro, con le quali una volta abbagliato è un facile bersaglio. Utilizzano anche le trappole poste sugli alberi attraendolo con castagne, noci o ghiande. In montagna se ne trova un’ampia varietà: dalla “praca”, la più antica fatta con due pietre piatte e un ingegno, a quelle più moderne, sorprendenti per i tanti materiali usati. Negli ultimi decenni gli incendi sono responsabili della riduzione del suo habitat.

n.b.: alcune immagini sono tratte dal web

Video ghiro

A cura della redazione de “L’Altro Aspromonte”

Nel 1922, poco più di cento anni fa, è stato ricordato da alcune recenti ricerche (che sotto indichiamo), nasceva ufficialmente tra i boschi di Mannoli, poco sopra S. Stefano d’Aspromonte, quella che è forse l’opera più significativa, viva ed attuale, di Umberto Zanotti Bianco.
L’idea di realizzare colonie montane dove portare in un ambiente salubre i bambini malarici o predisposti alla tubercolosi, da tempo nei piani di Zanotti Bianco, si era resa attuabile nel 1920, quando, tornato in Calabria nel dopoguerra, poté valersi della donazione fatta all’ANIMI di un ampio terreno da parte della famiglia Romeo di Santo Stefano. I lavori iniziarono subito e furono segnati dal dinamismo coinvolgente di Zanotti Bianco che già a dicembre del 1923 chiedeva aiuti per l’arredamento al Comando Militare locale per opere “destinate ad assistere ed educare gli orfani di guerra”.
La colonia iniziò prontamente a funzionare con due grandi padiglioni in legname per i dormitori dei ragazzi e il loro refettorio e persino un piccolo chalet venne trasportato da Reggio e rimontato sul posto.
Il tutto completato dalla bellissima chiesetta in legno che sovrasta il villaggio e che venne pensata e disegnata nei particolari da Zanotti Bianco stesso. Sul frontale d’ingresso è riportato un versetto del vangelo di Giovanni: Ut Omnes In Te Unum Sint (Affinché tutti siano in Te un’unica realtà).
Negli anni successivi Zanotti Bianco, muovendosi tra l’Italia e l’Europa, riusciva ad ottenere fondi per migliorare la struttura, tra i quali una cospicua somma dalla oggi conosciutissima “Save the Children” che era nata a Londra nel 1919 proprio per far fronte alle spaventose condizioni di vita di tanti minori dopo la Prima guerra mondiale.
Nel 1931 furono realizzate importanti opere idrauliche ai margini del territorio della colonia per imbrigliare le acque e opere di contenimento del terreno che hanno preservato nel tempo efficacemente l’area della Colonia. Il 1° giugno 1932 Zanotti Bianco vi accompagnava in visita il principe di Piemonte Umberto di Savoia con la principessa Maria José.
Gli anni successivi e la Seconda guerra mondiale registrano massicce richieste da varie parti del Mezzogiorno per soggiorni in favore di bambini bisognosi di cure accuditi dalle suore Francescane Alcantarine, sotto la gestione dello storico segretario dell’ANIMI e grande collaboratore di Zanotti Bianco, Gaetano Piacentini.
L’impegno di Zanotti Bianco non verrà meno per la Colonia anche nel dopoguerra nonostante la nomina nel 1944 a presidente della Croce Rossa e quella nel 1952 a senatore a vita da parte di Einaudi. Una lettera del 1958 attesta i ringraziamenti di Zanotti Bianco al prof. Pietro Timpano, per le notizie ricevute sulle condizioni sanitarie dei bambini della Colonia Franchetti.
Nel 1960 gli edifici aumentarono a 11 in muratura, oltre allo chalet per gli ospiti, le due scuole e un grande padiglione in legno.
La popolazione di Mannoli volle riconoscere l’impegno di Zanotti Bianco per cui, in accordo con l’amministrazione comunale di S. Stefano, gli venne intitolata la piazza centrale della frazione.
Un vero e proprio villaggio dei fanciulli in mezzo agli alberi che però terminò di operare quando, nel recente passato, le Suore andarono via. Ma una decina di anni fa il MASCI RC 4 (Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani), ha preso in gestione alcune strutture (le restanti sono della Curia reggina e al momento non utilizzate) facendone una base scout.
Una delle creature di Umberto Zanotti Bianco è quindi tornata a vivere.

Per notizie e approfondimenti storici:
1) Alfredo Vadalà, Gli interventi dell’ANIMI nel Comune di Santo Stefano d’Aspromonte. La Colonia Franchetti, L’Asilo monumentale La Colonia Franchetti, L’Asilo monumentale La Biblioteca popolare, La Scuola itinerante sull’Aspromonte Iiriti Editore, 2022
2) Alfredo Focà, Umberto Zanotti Bianco in Aspromonte: Santo Stefano in Aspromonte, Mannoli, Africo, Ferruzzano, Perlupo. In memoria di Umberto Zanotti Bianco nel 60esimo dalla sua scomparsa: 1963-2023, Iiriti Ed. 2023
Zanotti Bianco, L’Aspromonte, la memoria
Zanotti Bianco e gli asili in Aspromonte

Alla Portella di Bova, a monte del paese, viene attribuito il nome “Passo della Zita” per la leggenda di una “zita” (fidanzata) che si buttò nel vuoto pur di non sposare un uomo che non amava.
Ma passando dal racconto tradizionale alla realtà è singolare che qualche decennio fa questo luogo sia stato funestato da un evento tragico. Esiste infatti una vecchia croce in ferro senza alcuna indicazione del nome di chi morì e quando. Con una caparbia ricerca ho potuto fare luce su quanto accadde diverso tempo fa.
Ecco la testimonianza del dr. Vincenzo Bagnato, all’epoca funzionario del Corpo Forestale dello Stato.
“Negli anni ’80 del secolo scorso, facendo seguito ad altri positivi e precedenti interventi biologici di lotta fitosanitaria su pinete infestate dalla processionaria, utilizzando il Bacillus thuringiensis, mediante irrorazione con elicotteri, il Corpo Forestale dello Stato, con finanziamenti della Regione Calabria, intervenne per il trattamento di quasi 4 mila ettari di pineta di Pino Laricio, ripartiti su circa 30 Comuni aspromontani.
Per la esecuzione dei lavori, erano state predisposte diverse basi operative montane, baricentriche alle zone da irrorare. Una di queste era stata localizzata in località Campi di Bova in agro di Bova.
Il 26 ottobre del 1984, ultimato l’intervento in quella zona, l’elicottero doveva trasferirsi al vivaio forestale di Cucullaro (S. Stefano in Aspromonte). Ma quella mattina il pilota dell’elicottero volle eseguire, per conto dell’Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria, la posa in opera di rete zincata a protezione della pendice quasi a strapiombo ed instabile, delimitante la strada provinciale in località Passo della Zita. Il pilota, un valdostano, per alleggerire il velivolo, ne fece smontare le portiere e trasportò i rotoli di rete sulla stretta base di appoggio situata in sommità alla pendice dove si trovava l’operaio Sergio Cancellara di 24 anni. Quest’ultimo dava indicazioni via radio al pilota dell’elicottero. Stesa la rete e quindi terminato il lavoro l’elicottero si era abbassato a pochi metri da terra per consentire a Sergio di salire a bordo. Era un’operazione consueta che però ebbe un tragico epilogo.
Infatti, il velivolo rimase agganciato con un pattino alla rete metallica già stesa e si inclinò paurosamente. Proprio nell’attimo in cui l’operaio stava per salirvi. Questi, prevedendo il disastro, cercò di saltare per aggrapparsi alla rete ma, mancando la presa, precipitò sulla sottostante strada provinciale schiantandosi da oltre cinquanta metri.
Soccorso dagli stessi compagni di lavoro venne trasportato con l’elicottero all’aeroporto di Reggio Calabria ma il sanitario dello scalo aereo non poté far altro che constatare il decesso del giovane operaio.
Il sottoscritto, Direttore dei Lavori per quell’intervento fitosanitario, nella qualità di funzionario del Corpo Forestale dello Stato, si trovò ad affrontare una dolorosissima ed inimmaginabile esperienza! Dalla impreparazione e disorientamento dell’impresa; alle pratiche amministrative previste; dal sopralluogo con il medico legale; alla benedizione della salma presso l’obitorio del cimitero di Reggio fino all’avviso ai poveri genitori residenti a Canelli (Asti) ed al susseguente e straziante incontro con loro.
Di questo giovane tecnico, di modeste origini meridionali (Basilicata), ricordo la generosità e la disponibilità ad effettuare a regola d’arte i compiti assegnati.
A distanza di 40 anni rimane scolpito nella mia memoria quel dramma, che poteva essere evitato se l’impresa non si fosse lasciata condizionare dal tornaconto economico, sacrificando la vita di un innocente che aveva profondamente creduto nel suo riscatto verso un avvenire più dignitoso.”
Altri particolari sulla vicenda si possono leggere nell’articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud che riporto tra le immagini.

Ringrazio la responsabile Ufficio Anagrafe del Comune di Canelli Dott.ssa Vanda Cellino, il Dr. Francesco Palamara insieme al personale della Biblioteca della Regione Calabria, il vicesindaco di Bova Dr. Gianfranco Marino e Giuseppe Di Crea.

Vi racconto di un luogo poco frequentato dagli escursionisti. Un vallone il cui nome è già una malìa: Stricòpitu. Si trova in agro di Roghudi, a monte del ponte sulla fiumara Amendolea.
Il primo approccio fu nel 2015 ma non riuscimmo a raggiungere la meta. Tornai nel 2020 e poi più volte e con diversi amici tenaci nell’esplorazione. Sino a quando non trovammo la via per affacciarci su questo strepitoso balcone sul serpente d’argento: l’Amendolea.
Il primo tratto del sentiero, in località Mango, collega diversi casolari, un piccolo borgo, testimoni di una fervida vita. Una casa, che poi seppi è di Salvatore Maesano detto Notrìa, conserva ancora oggetti, strumenti di lavoro (una sega a telaio fisso per ricavare tavole dai tronchi) e financo una chitarra.
Inizialmente si cammina agevolmente seguendo una mastra, un canale scavato nella roccia per addurre l’acqua alle gebbie. Ma inoltrandosi nel vallone l’abbandono dei coltivi rende i sentieri evanescenti dovendosi districare tra alberi caduti e ringraziando i cinghiali per i varchi aperti. Anche le case vengono fagocitate dai rovi. Infine, conquistiamo, come fosse la cima di un ottomila, il pianoro di Seddìda, anche qui ruderi di case. Località ora quasi irraggiungibile ma una volta coltivata, abitata. La vista si apre, verso valle, su Roghudi e in alto su Santa Trada, Puntone Travi e su, su … sino a Maesano.
Seguiamo con gli occhi quello che doveva essere il percorso che proseguiva verso monte, collegando una sequenza di casolari e sino alle cascate Linna e Castanò. Già i nomi, perlopiù in grecanico, ci attraggono: Plassà, Portella di Calojero, Mannaròpodi, Punta Rossa, Lisu, Berritta, Jumarda, Ropi, Limbìa.
Ma il tempo concesso è terminato e l’Aspromonte ci aveva già regalato tanto.
Un ultimo pensiero va al “Canali di maru Leu” che mi riporta alla mente un’altra mastra, ancora più ardita, alla quale arrivai dalla fiumara Amendolea nel 1986.
Non era ancora arrivato il torrentismo in Aspromonte e noi poveri esploratori andavamo controcorrente, nel senso che i corsi d’acqua li risalivamo. Nel 1986 organizzai una delle prime risalite esplorative delle fiumare ma chi doveva raggiungere le sorgenti dell’Amendolea (Roberto Lombi e Massimo Baldari) si dovette arrendere di fronte ai numerosi salti sotto Santa Trada. Tornai allora insieme a loro e con Tonino Micalizzi e Tito Gatto, determinati a superare l’ostacolo. Ci arrampicammo sulla parete destra (sinistra idrografica) della cascata e raggiungemmo questa canaletta (di maru Leu?) che ritenemmo provvidenziale, fiduciosi che ci avrebbe portato facilmente alla fiumara a monte delle cascate.  Ma non fu così perché in diversi punti la mastra era franata e quindi seguirla, con zaini pesantissimi e ingombranti, fu problematico e in diversi tratti rischioso. I pastori di quella contrada mi dissero poi di uno scalpellino (maru Leu?) che per scavare il canale veniva calato in una cesta appesa a una corda lungo la parete.
Storie incredibili dell’altro Aspromonte.

Ps: sull’etimologia di Stricòpitu ho interpellato diversi esperti (che ringrazio) e, con piacere, ho riscontrato come anche nei toponimi l’Aspromonte non si disveli facilmente. L’ultima ipotesi è che potrebbe essere composto da “òstrakon” = pezzo di ceramica e “pithos” = giarra, quindi una una giarra rammendata, rattoppata. Ma per dire “pezzo di giarra” in greco si costruirebbe la parola al contrario, ossia, pitòstraco.  Insomma, il mistero rimane.
Alcuni dei toponimi citati nel racconto, come Seddìda,, non sono riportati nelle carte topografiche ma sono stati raccolti da fonti orali. Li trovate tutti nella mappa toponimi
Per approfondimenti risalita tre fiumare 1986   video Mango Strìcopitu

Premessa
Col Trekking delle tre fiumare abbiamo raccontato della prima, pioneristica esplorazione dell’Aspromonte, nell’ormai lontano 1986.
All’avventura partecipò il giornalista e fotografo naturalista Franco Barbagallo. All’epoca avviò un’attività che lo portò a girare il mondo divenendo uno dei massimi professionisti con migliaia di servizi apparsi sulle maggiori riviste del settore e decine di volumi fotografici.
Ecco il suo ricordo e le immagini, inediti, di quell’esperienza.

IL RACCONTO
di Franco Barbagallo
Fra mille trekking in tutto il mondo, il più difficile e impegnativo è stato senza dubbio quello di tre giorni nel 1986 risalendo in Aspromonte la fiumara La Verde. Ero con la guida/esperto locale Alfonso Picone Chiodo, un filiforme lungagnone che si portava zaini sulle spalle che pesavano più di lui. Un entusiasta e appassionato che è poi stato capace di orientare la sua vita e il suo lavoro per la natura e la sua scoperta, soprattutto zaino in spalla. Il servizio doveva uscire sulla rivista “regina” Airone, con la quale avevo appena pubblicato due grossi servizi: La Traversata in sci alpinismo dell’Etna e Il Golfo di Noto in kayak da mare, che mi avevano dischiuso le porte di una collaborazione costante durata 25 anni. Solo che, alla fine, la nostra è risultata un’impresa epica, improponibile a tutti. Intanto perché serviva assolutamente una guida molto esperta. Poi perché bisognava essere molto preparati e capaci. I passaggi difficili, scoperti, potenzialmente pericolosi erano tanti. Pertanto, non fu pubblicato se non brevemente su Natura Oggi o Plein Air.
Ma rimase un’esperienza unica! Avevamo zaini notevoli, io anche attrezzatura e treppiede e ne è valsa comunque la pena, eccome. Tre giorni totalmente isolati dal mondo come fossimo in Papuasia. Dopo aver incontrato una donna che lavava i panni lungo la fiumara, non abbiamo più visto anima viva. Nel 1986 di canyoning non se ne parlava nemmeno, e noi abbiamo fatto canyoning al contrario, risalendo la fiumara dalla foce fin su in alto fra balze, rocce, canyon, strettoie, massi enormi da scavalcare o aggirare inerpicandoci come capre a fianco di cascate e laghetti di montagna inattesi dove rinfrescarci. Bevevamo quell’acqua con l’amuchina per renderla sicura, il cibo era il solito di un trek e la tenda sembrava una reggia. Eravamo giovani, entusiasti, motivatissimi. Sono poi tornato in Aspromonte tante volte: il bergamotto, Pentidattilo e per fare un gran bel servizio per Airone sul “Sentiero dell’Inglese”, della cooperativa Nuove Frontiere fondata da Alfonso e da Pasquale Valle.
La sublimazione del mio lavoro in Calabria (dove ho realizzato davvero tanti servizi per molte riviste) sono stati i due speciali per Airone: Calabria “Mare” e Calabria “Montagna”. Alla fine della realizzazione dei quali (in tutto si è trattato di 420 pagine, un vero e proprio libro) credo di aver avuto modo di conoscerla quasi quanto la mia Sicilia.
È stato molto bello scansire queste diapositive Kodakchrome 64, sepolte in un angolo del mio così vasto archivio, che mi hanno riportato indietro nel tempo in una delle più belle avventure della mia vita svolte con un caro amico, competente, gentile e educatissimo.
Oggi quelle foto sono un documento unico che testimonia un ambiente, dopo quasi 40 anni, ancora integro e selvaggio.