di Joseph Moricca

Preludio.
1986. È un brutto momento per l’Aspromonte, considerato dall’opinione pubblica italiana covo di latitanti, nascondiglio di sequestrati, regno di malaffare in genere. Una montagna piuttosto inaccessibile anche per la carenza di sentieri segnati.
In un pomeriggio primaverile di quell’anno, assieme ad alcuni amici, si ragionava per stabilire nuovi itinerari escursionistici, come spesso ci capitava di fare da un paio d’anni, impegnati a trovare un modo per attirare l’attenzione dei media sulla nostra montagna, convinti delle sue reali potenzialità.
Un’idea ricorrente era quella di raggiungere a piedi il Montalto, vetta dell’Aspromonte, partendo da una delle tante spiagge del litorale e risalendo una fiumara. Esperienza tentata parzialmente in passato senza però aver mai raggiunto l’obiettivo.
Qualcuno propose di dividerci in gruppi di due, tre persone al massimo. Ciascun gruppo avrebbe dovuto risalire una fiumara fin dove possibile per raggiungere in contemporanea un luogo prestabilito, in quota, percorrendo poi tutti insieme l’ultimo tratto fino alla meta finale. L’impresa, della durata di due o tre giorni al massimo, avrebbe dovuto avere visibilità sulla stampa nazionale. Cercammo anche e trovammo degli sponsor.
La discussione si animò poi sulla scelta dei corsi d’acqua e si arrivò alla conclusione che le fiumare sarebbero state le tre più imponenti dell’Aspromonte orientale: Laverde, Bonamico e Amendolea e sette i partecipanti.

 

I preparativi.
I giorni a seguire furono di grande fermento. Si stabilì di partire a fine luglio sfruttando il periodo di secca delle fiumare. Eravamo consapevoli che un acquazzone, nelle gole dei corsi d’acqua, poteva essere fatale. Alcuni amici organizzarono un campo di accoglienza a 1400 metri di quota in località Canovai, più o meno equidistante dalle direttrici dei tre corsi d’acqua, punto d’incontro dei tre gruppi.
Per difendere l’attrezzatura fotografica adattammo allo scopo un bidone di plastica per il trasporto delle olive, uno per ciascuno, dotato di un grande tappo a vite perfettamente ermetico, che si rivelò utilissimo.
I giri di telefonate nei giorni che precedettero la partenza furono incessanti per confrontarci sul contenuto degli zaini, sull’abbigliamento, sull’attrezzatura, sul cibo e perfino sul contenuto della dotazione per il pronto soccorso. D’altra parte, un mal di testa o di pancia durante la risalita ci poteva anche stare ma se avessimo riportato una frattura a causa di una caduta, non avremmo avuto modo di avvertire qualcuno in tempi brevi (i cellulari ancora non esistevano e il Soccorso Alpino non era stato istituito). Dunque, affrontammo l’esperienza con una buona dose di incoscienza.
Un giorno prima di partire avvertimmo la più vicina Stazione dei Carabinieri sulla costa e tanto valse a farci stare relativamente tranquilli.

La partenza.
Il 31 luglio fummo accompagnati in auto da vari amici ai rispettivi punti di partenza. Andrea Ferraro e Franco Giuffrè alla foce della Bonamico, Massimo Baldari e Roberto Lombi sull’Amendolea, Alfonso Picone Chiodo, io ed un fotografo sulla Laverde.
Il giornalista e fotografo freelance Franco Barbagallo accettò con entusiasmo di partecipare alla spedizione. A lui fu affidato il compito di documentare e poi pubblicare un articolo che descrivesse questa avventura, uno dei tasselli fondamentali per raggiungere il nostro scopo.

La risalita della Laverde.
Ci incamminammo da Samo per affrontare subito una grande briglia oltre la quale iniziano le affascinanti gole (oggi note). Il cielo quel giorno era di un azzurro intenso, il caldo ancora sopportabile. Le gole, con le pareti a picco sul greto bianchissimo, offrivano uno scenario naturale formidabile.
La prima giornata trascorse in relativa tranquillità. La pendenza in quel tratto non era eccessiva e l’alveo, ancora regolare, ci consentì un’andatura sostenuta nonostante il peso degli zaini. Sperimentammo da subito l’uso dell’amuchina per sterilizzare l’acqua di fiumara al fine di renderla potabile, incrociando le dita.
All’imbrunire ci accampammo su di una piccola radura ai bordi del corso d’acqua. Montammo la tenda e preparammo la cena cotta su fuoco alimentato con legna recuperata sul posto. Poco più tardi fummo avvolti dal buio assoluto accompagnati dal costante ma lieve rumore di sottofondo dell’acqua in lontananza. Dormii poco e male ed ebbi spesso la tentazione di abbandonare la tenda ma poi mi addormentai, che quasi albeggiava.
La mattina del giorno seguente l’acqua profonda della fiumara ci costrinse spesso a trasbordare gli zaini e le attrezzature da una sponda all’altra usando un piccolo canotto assicurato ad una corda. Durante tutto il giorno non incontrammo anima viva e ebbi la sensazione di trovarmi in un luogo primordiale.
Durante le pause ristoratrici, il giornalista ci raccontava dei suoi viaggi di lavoro nel mondo. Teneva tuttavia a dire che ciò che stava vedendo e vivendo, già in quelle prime ore, non era da meno rispetto alle esperienze già vissute e questo ci riempiva di orgoglio.
La pendenza a un tratto aumentò di colpo. L’alveo si restrinse e macigni enormi ostruivano di continuo il passaggio. Oltretutto, un groviglio inestricabile di vegetazione sulle rive ci impediva di aggirare gli ostacoli. Si andava avanti con fatica, il più delle volte arrampicandosi. Il corso d’acqua divenne tumultuoso e spesso impossibile da guadare imponendoci di trovare continue soluzioni, spesso pericolose, per non rimanere bloccati.
Alla fine di questa seconda giornata fu facile addormentarsi.
Il terzo giorno ci svegliammo molto presto e dopo aver gustato un buon caffè fumante ci mettemmo tutti e tre intorno a una cartina topografica per decidere il da farsi, consapevoli che quella sarebbe stata una giornata cruciale. Prima o poi avremmo dovuto abbandonare il corso d’acqua e tentare la risalita lungo uno dei costoni di roccia. Frastornati dal rumore fragoroso delle cascatelle sempre più frequenti lungo l’alveo, dopo qualche ora di faticosa risalita, ci trovammo difronte ad una bellissima cascata, immersa in un contesto naturale straordinario. In base alle indicazioni fornite dalla cartina, capimmo di essere arrivati in località Cicutà, alla base delle già conosciute cascate Forgiarelle e dunque, in linea d’aria, abbastanza vicini al campo base. Alle due del pomeriggio, dopo un pasto frugale a base di miele e latte condensato, facemmo il primo tentativo di risalita di un impervio costone allontanandoci dal corso d’acqua ma questo tentativo andò a vuoto. Bastò percorrere un centinaio di metri in arrampicata per accorgerci che era impossibile proseguire da li.
Senza scoraggiarci torniamo indietro. Dopo un’altra occhiata alla cartina, tentiamo l’approccio sul versante opposto. Gravati dal peso degli zaini, scalammo il pendio a passi piccoli e lenti. Allontanandoci dalla fiumara, era tornato il silenzio. Dopo circa un paio d’ore molto faticose ci convincemmo di esserci mossi nella giusta direzione. Il cielo luminoso sopra di noi preannunciava la vicinanza del pianoro di Croce di Dio. Non ci sbagliavamo perché di lì a poco scollinammo e imboccato un agile sentiero arrivammo al casello di Canovai intorno alle cinque del pomeriggio.

 

L’incontro con gli amici.
Fummo accolti festosamente dagli amici che avevano allestito il campo ma degli altri due gruppi ancora nessuna notizia.
Il resto della giornata passò in relax, sdraiati su un tappeto d’erba e spiluccando gustose ciliegie da un paio di alberi con i rami a portata di braccia.
Montata la tenda, aiutammo nei preparativi della cena. Momento perfetto per snocciolare il racconto dei tre giorni precedenti ma il pensiero era rivolto costantemente ai nostri compagni d’avventura che ancora non si erano fatti vivi.

Il gruppo Amendolea.
Finalmente, un paio d’ore dopo, a notte già inoltrata, arrivarono al campo anche Roberto e Massimo, reduci dalla fiumara Amendolea. Erano stati costretti ad abbandonare l’alveo prima del previsto in zona Santa Trada a causa della franosità dei versanti e delle numerose cascate con enormi difficoltà nel guadagnare quota e raggiungere un sentiero percorribile. L’attraversamento del cantiere per la costruzione della diga del Menta, affluente dell’Amendolea, li aveva catapultati da ambienti incontaminati a una vallata sventrata.
Grazie al loro senso di orientamento erano riusciti però a raggiungere l’obiettivo ma la complessità del territorio li aveva costretti ad allungare di molto il tragitto.

 

Alla ricerca del terzo gruppo.
Qualche ora prima, tre volontari tra quelli che avevano allestito il campo, raggiunsero in automobile la località Materazzelli nel tentativo di incrociare gli ultimi due escursionisti che tardavano ancora ad arrivare. Vero è che, questi ultimi due, avrebbero dovuto affrontare un percorso più lungo per raggiungere il casello di Canovai ma l’entità del ritardo ci lasciava comunque in apprensione.
Oltrepassata la mezzanotte, non si era ancora visto nessuno. Regnava il silenzio. Eravamo già tutti in tenda dentro i nostri sacchi a pelo. Nonostante la stanchezza, non riuscivo a prendere sonno pensando ad Andrea e Franco. Chi o cosa li aveva fermati? Mi addormentai molto tardi con questo pensiero in testa.
Di buon mattino, consumammo la colazione ma eravamo preoccupati. Ormai da molte ore non avevamo più notizie dei nostri amici e già si pensava di raggiungere anche noi in fretta la zona dell’ante cima per capire cosa fosse successo e casomai dare l’allarme. Smontato il campo, ci apprestammo ad affrontare a piedi la lunga sterrata in salita che da Canovai conduce a Materazzelli. Zaini in spalla, procedevamo in fila indiana a passo spedito, preoccupati ma speranzosi che tutto si sarebbe risolto per il meglio. Giunti sul posto però non c’era anima viva e non passavano auto. Restammo ancora qualche ora nei paraggi, sempre più preoccupati e indifesi rispetto a quanto stava accadendo.
Ma finalmente li vedemmo spuntare stipati in cinque nella Fiat 127 di uno dei soccorritori, i quali ci raccontarono che la sera precedente, non vedendoli ancora arrivare, decisero di andargli incontro spostandosi con l’auto nei pressi del bivio per Polsi e poi in discesa per un breve tratto lungo la strada che porta al santuario. Dopo ricerche inconcludenti si ritrovarono al punto di partenza piuttosto scoraggiati. Solo più tardi seppero che i due, nell’impossibilità di proseguire lungo la fiumara oltre Polsi, avevano deciso di alleggerirsi abbandonando gli zaini e di muoversi lungo un percorso a quota costante portandosi in prossimità della medesima strada ma parecchio più a valle rispetto alla zona delle ricerche. A quel punto Andrea, prima che facesse buio, allungò il passo per raggiungere velocemente la zona di Materazzelli. Arrivò stremato ma, per fortuna, trovò i soccorritori ad attenderlo. Data l’ora, decisero poi di raggiungere Francesco, rimasto ai bordi della strada più a valle e pernottare tutti e cinque presso il casolare di un amico nei pressi di Gambarie raggiungendoci il mattino seguente.

 

In cammino verso la cima dell’Aspromonte.
Finalmente si poteva proseguire tutti insieme verso il traguardo finale e intorno alle otto di sera ci ritrovammo seduti in cerchio, sotto la grande statua del Redentore, con un bel fuoco scoppiettante al centro. Tra un racconto e l’altro, il sole spariva dietro i Peloritani regalandoci un tramonto superbo dal colore rosso porpora. Con un ultimo sguardo rivedemmo il tortuoso ma affascinante percorso che le fiumare e noi avevamo compiuto.

 

Le pubblicazioni.
Nei giorni che seguirono mettemmo in atto la seconda parte del progetto: pubblicare su riviste nazionali il resoconto di quella spedizione, impazienti di mostrare un Aspromonte selvaggio ma anche affascinante, naturalisticamente pregevole e che si voleva liberare dalla criminalità.
E ci riuscimmo. Gli articoli non tardarono ad arrivare in edicola, suscitando curiosità e interesse diffuso. https://www.laltroaspromonte.it/portfolio-articoli/fiumare-daspromonte/
Era solo l’inizio ed eravamo ben consapevoli che la cattiva fama è difficile da sradicare. Tuttavia, la strada era stata tracciata e, proseguendo con tenacia e passione, avremmo potuto contribuire a migliorare le sorti di questo martoriato territorio.

N.B.: la documentazione fotografica di quest’avventura che risale al 1986 è andata purtroppo in gran parte dispersa. I luoghi attraversati furono poi, anche grazie alla nostra promozione, documentati ampiamente. Preferiamo però pubblicare solo le rare immagini dell’epoca.

L’interesse su questo toponimo, riportato nella carta IGMI in agro di Cardeto e nei pressi dei Piani di Salo lungo la strada per il lago del Menta, mi nacque anni fa quando il pastore Vincenzo Romeo u Croccu, in un’intervista che gli feci, raccontò un curioso aneddoto su di  un personaggio detto Maddà. Lo divulgai e l’attento Pasquale Faenza aggiunse elementi alla narrazione richiamando un personaggio storico quale Berengario Maldà di Cardona, barone di Amendolea nella seconda metà del XV secolo. Maddà (alla francese) è soprannome attestato nell’area grecanica. Per gli anziani di Roghudi e Gallicianò è proverbiale la prepotenza del barone che secondo la tradizione fu eliminato dal suo stesso fratello, che era invece un famoso difensore dei poveri e del basso popolo.
Maddà uccideva per un nonnulla ed esercitava lo ius primae noctis su tutto il vasto territorio in cui si estendeva il suo potere.
Una canzone greca raccolta a Bova prende in giro gli amendolesi definendoli “oli mularia tu Maddà ce tu abbatiu”, tutti figli spuri di Maddà e dell’abate.
Seguendo uno schema tipico dei romanzi di tradizione orale, quello che prevede la lotta tra un personaggio negativo ed un vincente eroe positivo ricco di coraggio, forza e astuzia, Lorenzo Zavettieri di  Ghorio di Roghudi raccontava vita, morte e cattiverie di Maddà. Fu addirittura il celebre brigante Nino Martino, riferisce Lorenzo, che affrontò e uccise Maddà in un bosco dell’Aspromonte. Tant’è che proprio vicino alla località Mano di Maddà troviamo la contrada Cacciadiavoli, soprannome del brigante. Ma le coincidenze non finiscono qui. Poco oltre vi è la Testa dell’Uomo: che non sia quella di Maddà!
Il bene trionfò alla fine di uno scontro fratricida, poichè la tradizione vuole che Maddà e Nino fossero “figghi di na sula mamma”.

Alcune di queste notizie le ho trovate in C. Mangiola-V. Santagati, Le vacche sono anime del purgatorio, 2000 e F. Nucera, Rovine di Calabria, 1974

https://www.facebook.com/altroaspromonte/videos/507625533813301

di Giuseppe Arcidiaco

PREMESSA
Il 9 aprile 1928, con decreto firmato da Mussolini e da Re Vittorio Emanuele III, il regime fascista sopprime lo Scautismo in Italia. Con lo scioglimento dell’A.S.C.I. e delle altre associazioni scout italiane, l’educazione fisica e morale dei giovani è affidata alle autorità fasciste che con l’Opera Balilla ne orientano il pensiero verso gli ideali del partito.

LA RESISTENZA A MILANO E MONZA 
Nel giorno di San Giorgio dello stesso anno, mentre le insegne dei Riparti milanesi vengono simbolicamente deposte sull’altare dell’arcivescovado, gli scout del Milano 2° pronunciano una Promessa che è un atto di ribellione e segna l’inizio dello scautismo clandestino milanese e monzese delle Aquile Randagie.
Una lunga storia di passione e fedeltà all’ideale scout, un’esperienza di resistenza che durerà per tutto il periodo della Giungla Silente fino al 1945, un giorno in più del Fascismo, divenuto il loro motto. Periodo durante il quale gli scout ribelli rischiarono la vita e alcuni la persero per continuare le attività ed i campi, in particolare in Val Codera, facendo sopravvivere il movimento scout in Italia alla dittatura ed alla guerra.
Organizzarono, coinvolgendo sacerdoti, suore e giovani volontari, soccorso a feriti e salvataggio di perseguitati politici e ricercati di diversa nazionalità, etnia e religione, aiutati ad espatriare con documenti falsi in territori neutrali oltre le Alpi. I fondatori del gruppo delle Aquile Randagie furono Giulio Cesare Uccellini (Capo Riparto del Milano 2°) e il sacerdote don Andrea Ghetti, con nomi in codice rispettivamente Kelly e Baden. Dopo il 25 Aprile 1945 si dedicarono alla rinascita dello Scautismo italiano ed a proteggere dalla vendetta fascisti e tedeschi in ritirata.

 

LA RESISTENZA IN ASPROMONTE 
Meno nota è l’avventura dei Lupi d’Aspromonte, probabilmente la più importante esperienza di scautismo clandestino italiano dopo quella delle Aquile Randagie, durata dal 1928 al 1944. Un gruppo di scouts della sezione del Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani (C.N.G.E.I.) di Reggio Calabria rifiutarono l’oppressione del pensiero unico fascista e, tenendo fede ai valori della Promessa e della Legge Scout, decisero di continuare a riunirsi in segreto, grazie all’iniziativa dei capi Pino Romeo (Capo Branco), Cesare Cremisini (Capo Riparto) e Nicola Serini (Lupo Saggio il totem, ovvero nome di caccia, soprannome).
Dopo la chiusura della sede di via Tribunale, individuarono una baracca di legno che aveva ospitato alcune famiglie di terremotati del 1908 sulla spianata di San Prospero, sotto la Collina degli Angeli e, con la complicità del sacerdote dell’Opera Antoniana, don Matteo, vi aprirono la sede del G.S. San Prospero, dove l’acronimo G.S., ufficialmente Gruppo Sportivo, alludeva, invece, a Gruppo Scout. Qui, in particolare il sabato fascista, i giovani (oltre trenta, un Branco ed un Riparto), dedicandosi ufficialmente ad allenamenti ed esercizi ginnici, sperimentavano le tecniche scout (nodi, pionieristica, gioco dello scalpo) e programmavano uscite in tenda. I capi, nelle vesti di istruttori sportivi, tenevano vivo il metodo di Baden Powell, fondatore dello scautismo, che parlava sì di salute e forza fisica (e questo fu di ispirazione per l’addestramento dei Balilla), ma anche di vita all’aperto, libertà, lealtà, fraternità, formazione di uomini onesti e cittadini preparati e responsabili. Due sentinelle presidiavano gli ingressi della sede, pronte a dare l’allarme in caso di ronde della polizia: al loro segnale iniziava la simulazione dell’allenamento con le attrezzature per il salto in alto.
In estate, finalmente in uniforme scout, la resistenza si spostava in Aspromonte: Serra Petrulli (villaggio De Leo), Sureto di Podargoni (località riportata sulle carte IGMI con il toponimo Segreto), Embrisi, Cerasi, Piani di Bosurgi erano alcuni dei luoghi, rigorosamente isolati e difficili da raggiungere, in cui venivano allestiti i campi di pattuglia. Li raggiungevano dopo oltre sette ore di cammino su sentieri ripidi e tortuosi, partendo da Vito, frazione dell’entroterra di Reggio. Gli zaini carichi dello stretto indispensabile: attrezzi da lavoro, corde, lampade a petrolio, borracce e le tende mimetiche Aspromonte. Periodicamente Lupo Saggio faceva visita alle pattuglie, raggiungendole sul posto, per assicurarsi della loro incolumità. Si dedicavano alle costruzioni col legname, allo studio della flora, al riconoscimento di tracce, alle escursioni nei boschi, alla topografia, ai bivacchi.
Ecco un’altra pagina sconosciuta delle nostre montagne, che, per il loro carattere aspro e selvaggio, offrirono riparo alle avventure di questi giovani esploratori clandestini, costretti a vivere nell’ombra, mimetizzando le loro tende con frasche, predisponendo sentinelle e turni di guardia durante le ore notturne, rifornendosi d’acqua alle sorgenti spesso note solo ai locali o ai latitanti.
La partecipazione, in veste non ufficiale, al Quarto Jamboree Mondiale dello Scautismo (Ungheria, 1933) e l’incontro con Baden Powell coronò la resistenza dei Lupi d’Aspromonte.

 

L’ULTIMO DEI LUPI
L’ultimo dei Lupi d’Aspromonte è Oreste Serini (totem Giraffa Bianca) nato il 28 settembre 1929, iscritto al Branco nel 1934 all’età di cinque anni, testimone e memoria storica delle imprese del padre Nicola. Il 30 agosto 2019 Oreste è stato insignito del collare dell’Ordine Scout di San Giorgio, la più alta onorificenza C.N.G.E.I. La cerimonia non poté che tenersi nei boschi dell’Aspromonte, nella base scout di Forge, tutt’oggi meta di campi ed uscite per gruppi scout.
Oreste Serini, fondamentale figura dello scautismo italiano, ha contribuito alla ricostituzione dei gruppi scout reggini dopo il 1945: dapprima negli ambienti cattolici dell’A.G.E. (Associazione Giovani Esploratori d’Italia) e successivamente, negli anni 1947-49 insieme al prof. Raimondo Zagami, nel rinato C.N.G.E.I.
Infaticabile viaggiatore a piedi ed in moto, ha attraversato l’Europa e l’America partecipando a Jamboree ed eventi scout internazionali (Danimarca nel 1946, Norvegia, Grecia, Austria nel 1951, Inghilterra nel 1957, Canada, USA, ecc.), tutti documentati nel suo archivio che conta oltre cinquecento fotografie ed un fitto scambio epistolare con capi scout di fama mondiale, tra cui Lady Olave Baden Powell, vedova del fondatore del movimento Scout.
Siamo andati a trovarlo e lo abbiamo intervistato. Della sua infanzia, durante la Giungla Silente, ricorda in particolare la doppia veste del sabato: Figlio della Lupa la mattina e Lupetto il pomeriggio al San Prospero. Il passa-parola per concordare le riunioni, l’appoggio di un monaco dell’Eremo, le marce delle milizie tedesche che facevano tremare il pavimento di casa, le adunate alla Casa del Fascio.
E nonostante la clandestinità tante furono le escursioni in Aspromonte: la salita alla vetta di Montalto, la route Gambarie-Polsi con pernottamento negli alloggi dei pellegrini che si recavano alla Madonna della Montagna, un campo al laghetto Rumia, la route di cinque giorni Bivongi-Reggio e molte altre.
Una pagina poco conosciuta di un altro Aspromonte.

 

Fonti:
Mario Isella, Fedeli e Ribelli, Edizioni Scout-Fiordaliso
Carlo Verga, Vittorio Cagnoni, Le Aquile Randagie, scautismo clandestino lombardo nel periodo della Giungla Silente 1928-1945, Edizioni Scout-Fiordaliso
Archivio Oreste Serini
https://www.agesci.it/
http://www.monsghetti-baden.it/fondazione/portale_fondazione.htm
Video-testimonianza di Oreste Serini: https://fb.watch/pqxdfXx9m0/

di Joseph Moricca

Narra la leggenda di una maga che da tempi immemorabili abita nelle viscere dell’Aspromonte a guardia dei segreti della montagna. In un giorno di pioggia in cui il cielo sembrava trascinare a valle ogni cosa, un vecchio pastore risalì la valle del Bonamico in compagnia del figlio giovinetto: voleva convincere la maga a placare la furia degli elementi. La donna apparve in un turbine di vento in cima alla montagna e, ascoltate le parole del vecchio, vide il giovane e se innamorò perdutamente. Ella allora chiese al pastore di avere in cambio il suo figliolo, ma quello rifiutò sdegnato. Accecata dall’ira, la maga batté un piede sulla montagna che, con enorme fragore, precipitò sul pastore seppellendolo. Il giovane, rimasto solo e disperato, pianse tutta la notte. A poco a poco le sue lacrime formarono un lago nel quale la maga – dicono i pastori di quelle parti – ancora di tanto in tanto va a specchiarsi.
Fin qui la leggenda ma per chi non vi crede il lago nacque nella notte del 3 gennaio 1973 quando l’alveo della fiumara Bonamico (San Luca), in un tratto a monte del centro abitato, fu improvvisamente ostruito da circa 12 milioni di metri cubi di materiale in frana che precipitò da un costone ad una velocità assai elevata. Alcuni capi di bestiame vennero travolti ma per fortuna non si ebbero né feriti né perdite umane.
A monte dello sbarramento, nel giro di pochi giorni, l’acqua della fiumara riempì il bacino creando un lago di notevoli dimensioni che dagli anni ‘80 in poi fu meta di migliaia di escursionisti attratti dalla singolare bellezza del paesaggio.
Inizialmente il lago fu chiamato “degli oleandri”; successivamente venne denominato Costantino, in quanto la località dalla quale si staccò la frana ospita i ruderi di un monastero d’origine basiliana segnalato tempo addietro dal prof. Domenico Minuto.
Questa meraviglia naturale a distanza di circa trent’ anni dalla sua nascita è scomparsa del tutto a causa dell’inevitabile cospicuo trasporto solido di materiale alluvionale proveniente da monte che pian piano ha interrato il lago. La fiumara è tornata padrona e oggi solo chi conosce questa particolare storia riesce a distinguere il luogo esatto dove avvenne il singolare fenomeno.
Nel corso della sua vita il lago e il bacino che lo ospitò furono oggetto di interesse da parte di importanti centri di ricerca italiana ed europea per studiare e monitorare la situazione morfologica e stratigrafica che ha caratterizzato il raro evento della formazione di un lago naturale in un contesto geologico davvero singolare quale quello aspromontano.
In Italia i fenomeni franosi sono abbastanza frequenti data la particolare fragilità del territorio ed esistono un certo numero di laghi che si sono formati proprio a causa dello sbarramento di un corso d’acqua provocato da una frana. Si tratta quasi sempre di frane da “crollo” che interessano terreni in roccia compatta e che determinano sbarramenti piuttosto tenaci dando vita a laghi che possono durare anche secoli: es. laghi alpini di Molveno (Trento), Santa Croce (Belluno), Tenno (Trento), ecc.
Il lago Costantino si è formato a causa di una frana generata dallo scivolamento, su sottostante strato granitico, di un ammasso roccioso di tipo “sciolto” avente spessore di circa 30 metri, infiltrato da abbondante acqua meteorica. In questi casi il corso d’acqua demolisce in breve tempo la fragile diga naturale riportando la situazione ai livelli originari. Il piccolo straordinario lago Costantino, nonostante lo sbarramento non fosse particolarmente resistente, è durato circa trent’anni e cioè oltre ogni rosea previsione. Uno dei motivi di questa inaspettata “longevità” sta nel fatto che, dopo appena qualche giorno dall’evento, il Bonamico ha brevemente riempito il bacino formando il lago ma allo stesso tempo ha trovato una via d’uscita attraverso il corpo di frana e ciò ha permesso un flusso regolare dell’acqua a valle in perfetto equilibrio con il flusso dell’acqua proveniente da monte. Inesorabile poi l’interramento, come si è detto, a causa della cospicua quantità di detriti che la fiumara ha trascinato con sé decretando la fine di questo spettacolare laghetto aspromontano. La natura ha le sue leggi alle quali inutilmente tentiamo di opporci: la pioggia lo ha generato e la pioggia se l’è ripreso.

Postilla: può sembrare strana l’esistenza di una leggenda su di un lago, formatosi così di recente. Tale fenomeno tuttavia, in Aspromonte, è ricorrente tant’è che in una platea (elenco dei possedimenti) del Monastero di Polsi del 1685 è incluso uno specchio d’acqua. Infine, nel poema epico francese Chanson d’Aspermont del XII secolo, e poi nell’Aspramonte di Andrea da Barberino del XV secolo, il duca Namo, cavalcando per via montana da Reggio «verso Aspramonte», deve attraversare un grande fiume e poi si trova in una valle dove le pietre «rovinate dalla montagna» hanno formato «uno piccolo lago».

La leggenda è stata raccolta da Nino Armao nel 1985

Le foto sono di Antonio Delfino, Antonino Letto, Antonio Pelle, Alfonso Picone Chiodo, Archivio L’altro Aspromonte, Archivio CAI Edelweiss

Video sul lago

a cura della redazione de “L’Altro Aspromonte”

San Lorenzo, comune dell’area ionica dell’Aspromonte, posto in posizione dominante tra la vallata del Tuccio e quella dell’Amendolea. Salendo dal paese verso nord, tra caselli forestali, uliveti e castagneti, si può giungere a Peripoli, poggio a 1300 m di quota che probabilmente era un fortilizio reggino. Nel pianoro sommitale sorge isolata una piccola struttura in cemento armato.
La semplice croce in ferro battuto in cima alla facciata principale della casetta, edificata 60 anni fa per iniziativa dell’Amministrazione Comunale del tempo capeggiata dal sindaco Giuseppe Zuccalà e con il contributo popolare dei sanlorenzesi emigrati all’estero, sta ad indicare che è una cappella.
Figura stimata e apprezzata quella di Zuccalà, medico che rinunciò a una promettente carriera in Roma per tornare a San Lorenzo dove servì con generosità e professionalità le genti della vallata, soprattutto i meno abbienti. Fu in riconoscenza di ciò che la popolazione intera con una colletta raccolse la somma necessaria per regalargli un’auto con la quale consentirgli di prestare la sua assistenza. E alla prima auto, velocemente usurata dalle stradacce del Tuccio, ne seguirono altre due.
La cappella, di carattere privato, dedicata alla Madonna della Neve, venne inaugurata con un evento straordinario: una lunga marcia, una sorta di corteo al quale parteciparono personaggi politici di spicco e tanti fedeli e popolani di San Lorenzo che partirono dalla piazza principale del paese per raggiungere Peripoli attraversando località come la Croce, Murgi, Santa Maria, Zuparia, S. Antonio.
Davanti alla folla avanzava un’automobile (la Lancia Flavia, ultima delle tre regalategli dal popolo) che portava sul tetto una statua lignea, realizzata da un artigiano trentino, rappresentante la Madonna col Bambino in braccio (opera ispirata alla scultura marmorea che si può ammirare nella chiesa arcipretale di San Lorenzo). La destinazione di quel giorno del 5 agosto 1964, dopo la messa inaugurale, era proprio la piccola cappella di Peripoli dove la sacra effigie avrebbe dimorato.
La struttura è semplice, anche all’interno: poche sedie distribuite in pochi metri quadri di superficie davanti ad una sorta di scaffale di cemento che fa da altare maggiore sul quale venne poggiata la bellissima statua di Maria col suo Bambino. Nell’incavo sottostante vi rimase, da quel giorno, come atto di devozione, anche la Lancia Flavia che la trasportò.
Una targa in marmo sancì l’evento con la scritta: Amore ardente di figli in terra straniera dal bisogno spinti divozione profonda di popolo su questa ancor deserta vetta alla Madonna della Neve sul primo automezzo quassù trionfalmente pervenuta benedicendo esaudendo speranze aneliti secolari questo tempio innalzarono custode di radicati sentimenti religiosi primordio di novella storia.
In passato la cappella ospitò, spesso su richiesta popolare e per la ricorrenza, diverse celebrazioni eucaristiche corredate da raduni e clima festivo.
Attualmente tutta la zona appare trascurata e il piazzale dove sorge la struttura non è l’eccezione. Le fiamme del disastroso incendio che nell’estate del 2013 colpì quelle zone dell’Aspromonte raggiunsero pure la cappella facendo crollare il tetto e quanto vi era all’interno, annerendo anche la statua che venne portata nella chiesa parrocchiale di San Lorenzo (dove si trova tutt’ora) e sottoposta successivamente ad un leggero restauro, ma senza recupero dell’originale bellezza. Qualche tempo dopo anche il tetto della cappella in qualche modo venne ripristinato.
Purtroppo, un altro terribile incendio che nel 2021 interessò molte località del Parco Nazionale d’Aspromonte completò l’opera del fuoco degli anni precedenti distruggendo completamente la pineta che circondava il piazzale e gran parte della vegetazione dei terreni circostanti.
Il paesaggio odierno non è bello da vedere e lassù, in contrada Peripoli, rimane in solitudine la cappella della Madonna della Neve, come fosse una edicola votiva ma senza l’oggetto dell’ex-voto, con la sua croce e la porta di ferro chiusa, abitata ormai soltanto dalla carcassa bruciacchiata di una vecchia auto a testimonianza di una breve misconosciuta storia.

Le foto d’epoca sono dell’archivio “L’Altro Aspromonte” al quale contribuiscono autorevoli studiosi locali e dal libro di Fortunato Mangiola, Storia di Giuseppe Zuccalà, 2024
La foto della statua della Madonna custodita nella chiesa di San Lorenzo è di Enzo Galluccio

La testuggine aspromontana (Testudo Hermanni Hermanni)
di Rocco Gatto (Socio della Societas Herpetologica Italica)

Vi parlo di una specie poco conosciuta ed elusiva che caratterizza l’Aspromonte, la testuggine (Testudo hermanni hermanni).
Le testimonianze della presenza della specie, in diverse aree della Calabria, sono molto eterogenee. Non si hanno certezze su quali siano le origini di questi rettili nella regione, per cui si possono avanzare solo ipotesi, a partire dalle vicende geologiche per arrivare a quelle storiche e che si ritiene risalgano al Pleistocene. In considerazione del particolare fenotipo dell’animale presente in alcune zone relitte della regione, specificatamente nella zona aspromontana, si potrebbe ipotizzare la presenza di un rifugio glaciale.
Per quanto attiene la storia recente, possiamo affermare che tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 la testuggine era abbastanza presente in Calabria mentre oggi è molto rarefatta.
Nonostante occupi una posizione geografica di rilevante interesse naturalistico l’Aspromonte non possiede ancora studi completi sulla sua fauna erpetologica.
Indicativo della presenza della testuggine nella montagna reggina in epoca storica è il toponimo stracozza e stracozzi (dal greco òstracon=coccio), nome dialettale della testuggine, diffuso soprattutto nell’area ionica.
Soltanto nel 1998, a seguito di una ricerca condotta dal Dipartimento di Ecologia dell’Università della Calabria in convenzione con l’Ente Parco è stato realizzato un lavoro di censimento della fauna, riproposto in modo specifico per le testuggini qualche anno più tardi, che ha permesso di avere un primo quadro sulla situazione della specie.
Tra tutte le specie di Rettili presenti nel Parco Nazionale dell’Aspromonte, la testuggine è la più minacciata perché in costante diminuzione. Diverse le cause: predazione dei nidi da parte di specie in aumento come il cinghiale e la volpe, alterazioni dell’habitat per il taglio della copertura vegetale o gli incendi o la cattura per la detenzione in cattività. Quest’ultimo aspetto giova ricordare che è vietato se non attenendosi a rigide norme di legge.
La specie è presente in buona parte nei pressi del corso medio-basso della fiumara Bonamico e di qualche suo affluente (Menti, Butramo), in formazioni vegetazionali di macchia mediterranea mista a ginestra. Approfonditi studi personali hanno in qualche modo ridisegnato l’areale distributivo e la consistenza della popolazione aspromontana della testuggine. Essa è segnalata in siti ubicati dai 20 m s.l.m. fino ad arrivare nel medio-alto corso della fiumara (frequente tra i 750 e i 970 metri di altitudine), fino alla sorprendente quota di 1200 metri, costituendo così il punto più alto in Italia e in Europa per quanto attiene i siti di presenza della testuggine. La resistenza dell’animale a siffatta altezza è da imputarsi alla singolare varietà del clima della vallata del Bonamico.
L’habitat prioritario della Testuggine è comunque rappresentato dai margini del bosco. Predilige piante caratterizzate dall’assenza di un asse principale di accrescimento e con ramificazioni in prossimità del suolo, che godono di maggior insolazione rispetto a quelle del sottobosco, ma beneficiano di un microclima più fresco e riparato di quello delle praterie e dei pascoli aperti.
La testuggine è anche presente nei vicini territori della cosiddetta “Vallata delle Grandi Pietre” tra eriche, lentisco, mirto, corbezzolo, castagno, lecci, cespugli di menta e di origano.
Finalmente nel 2015 è stato condotto uno studio dal Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienza della Terra dell’Università della Calabria e dal Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze da me supportati come studioso e naturalista appassionato. L’indagine ha dimostrato che in Calabria esistono due varietà, nettamente separate, appartenenti alla sottospecie Testudo hermanni hermanni. La prima, numericamente più consistente, occupa la porzione settentrionale della regione esclusa l’area limitrofa al monte Pollino. La seconda, invece, numericamente esigua, occupa una ristretta area a sud situata sul massiccio dell’Aspromonte.
Tesi anticipata nel mio libro “Testudo hermanni hermanni” (Rubbettino, 2012)  dove descrivevo le caratteristiche uniche appartenenti alle testuggini del nucleo aspromontano.
Tali studi hanno permesso di scoprire che le popolazioni calabresi della testuggine sono uniche nel quadro europeo dal punto di vista genetico e, tra queste, vi è una particolare divergenza morfologica intra-regionale in quanto il nucleo aspromontano fa registrare ulteriori peculiarità.
La varietà aspromontana risulta difatti in possesso di caratteristiche uniche, presentando colorazione prettamente melanica, tipica delle popolazioni di alta montagna, con carapace moderatamente cupuliforme, interessato da una percentuale di nero intenso nettamente superiore al giallo oro vecchio. Lo scudo sopracaudale si presenta diviso esternamente, mentre risulta unito all’interno.  Altra caratteristica è rappresentata dal secondo scudo vertebrale rientrante nel primo, nonché la particolare forma della parte posteriore dello stesso carapace (larghezza), che si presenta leggermente scampanata tanto da assumere la forma di un “gonnellino”. Altra peculiarità emersa di recente è la presenza in molti esemplari di un lieve ma evidente accenno di “gobba” tra il quarto e il quinto scudo vertebrale. È stata anche rilevata, in diversi esemplari, la presenza di piccoli speroni appuntiti, ai lati delle cosce e dei caratteristici “baffetti” gulari, sia simmetrici che asimmetrici. Testa, collo, zampe e coda risultano grigio-giallastri, unghie scure, mentre risulta assente, o appena accennata, nella maggior parte degli esemplari, la tipica macchia gialla sulle guance. Sono stati misurati maschi di 15,5 cm di lunghezza e femmine di 21 cm. La varietà sorprende inoltre per la capacità di adattarsi ad un ambiente estremamente difficile, sia dal punto di vista geo-climatico, sia dal punto di vista morfologico territoriale, trattandosi spesso di ambiente roccioso e scosceso.
L’importanza di quanto emerso dagli studi è stata oggetto di contributi scientifici a diversi congressi nazionali. Una presenza quindi unica e rara che arricchisce ancor di più l’Aspromonte.

 

A cura della redazione de “L’Altro Aspromonte”

La storia degli asili calabresi realizzati dopo il terremoto grazie all’impegno di Umberto Zanotti Bianco è molto bella e sull’argomento abbiamo reperito numeroso e prezioso materiale fotografico.
Il primo sorse a Melicuccà nel 1911 e proprio per questo asilo, Leopoldo Franchetti, allora presidente dell’ANIMI in una lettera del 20 dicembre 1910 incaricò direttamente Maria Montessori, figura centrale nella storia della pedagogia, di scegliere alcune maestre formate al suo metodo, invitandole a venire a lavorare in Calabria.
La baracca di Villa S. Giovanni costruita per i terremotati, assegnata all’ANIMI, venne invece scelta da Umberto Zanotti-Bianco e il gruppo da lui coinvolto, per sistemarsi e pianificare i primi interventi da realizzare nei comuni della Provincia.
Lo ricorderà con commozione tre anni prima della sua morte nel racconto dell’avventura dell’ANIMI (AA.VV., L’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia nei suoi primi cinquant’anni di vita, Roma, Collezione Meridionale Editrice, 1960).
Scrive Zanotti-Bianco: <<In quella baracca, ove, per dormire, eravamo stati costretti a costruire l’una sull’altra tante cuccette in cui ci issavamo aiutandoci a vicenda, passammo un periodo di intenso fervore. Sciamavamo all’alba diretti in tutte le direzioni: chi verso un comune montano che ci aveva chiesto una biblioteca; chi per iniziare le trattative per la gestione di un asilo costruito da un comitato di soccorso e rimasto abbandonato; chi verso Reggio per interrogare un ispettore scolastico sulle condizioni delle scuole della sua circoscrizione; chi per radunare in un paese della costa i pescatori e indurli ad unirsi in una cooperativa illustrandone i vantaggi. E la sera, stanchi, ma intimamente lieti, ci raccontavamo le nostre avventure seduti davanti alla baracca […].
Stanchi, perché la tenuità del nostro bilancio non ci permetteva, oltre l’abbonamento ferroviario, di procurarci vetture per penetrare nell’interno della provincia>>
L’asilo di Melicuccà aperto nel febbraio del 1911 ebbe in assegnazione le prime due maestre laiche, con patente per le scuole materne, introdotte nella provincia di Reggio Calabria. Era per quei tempi una piccola rivoluzione ed infatti i problemi non mancarono.
Passammo poi – scrive Zanotti Bianco – “all’asilo o casa dei bambini di Bruzzano Zeffirio costruito in muratura, con una grande aula e due stanzette per una maestra, dal comitato veneto-trentino: anche esso da noi arredato e poté essere pronto nell’autunno dell‟11”.
A Villa S. Giovanni invece quello avviato nel 1914 fu diretto da “tre maestre laiche patentate”.
Le realizzazioni furono tante, seguite con cura una per una.

  • Le informazioni di cui sopra sono tratte da un lavoro di Dottorato del 2009 (dott. Fabio Stizzo) su “Mezzogiorno e questione educativa” reperibile sul internet sito UNICAL.
  • Le immagini sono tratte dall’Archivio dell’ANIMI e da alcuni volumi di seguito indicati
    Serpe Brunella, La Calabria e l’opera dell’ANIMI. Per una storia dell’istruzione in Calabria, Ionia 2004; Alfredo Vadalà, Gli interventi dell’ANIMI nel Comune di Santo Stefano in Aspromonte, Iiriti 2022; Alfredo Focà, Umberto Zanotti Bianco in Aspromonte, Iiriti 2023; Sergio Zoppi, Umberto Zanotti Bianco. Patriota, educatore, meridionalista: il suo progetto e il nostro tempo, Rubbettino 2009
  • Sulla figura di Umberto Zanotti Bianco clicca quì

Sono Carmelo Fiore, nato a Reggio Calabria, pubblico dipendente con l’hobby della fotografia e del trekking.
Fotografo naturalista per passione, svolgo la mia attività amatoriale prevalentemente nel Parco Nazionale dell’Aspromonte ma anche in boschi ed in zone umide della Calabria, dove ogni singola foto è frutto di passione e sacrificio. Nella fotografia naturalistica devi conoscere ogni singolo soggetto e le sue abitudini per poterlo poi immortalare. In compagnia della mia macchina fotografica passo ore in paziente attesa, sopportando l’afa estiva e le fredde mattine invernali, a volte senza portare a casa neanche uno scatto ma poco importa perché mi permette di passare splendide giornate immerso nella natura. Fotografo in prevalenza avifauna, paesaggistica e macro. Cerco in ogni scatto di trasmettere a chi osserva le mie foto la straordinaria bellezza della natura. Ma la gratificazione viene anche dai riconoscimenti ottenuti in concorsi nazionali e con la pubblicazione di mie foto in edizioni prestigiose.

Chiarisco che per misteri intendo piccoli dubbi, brandelli di piccole storie che mi incuriosiscono. Nulla di sensazionale ma tessere che mi diverto a mettere insieme per comporre, se possibile, un mosaico più chiaro sull’identità dell’Aspromonte e di chi lo ha abitato.
Nel 2021, in occasione della ricerca linguistica condotta nell’area di Roghudi, tra i circa 300 toponimi riferiti dagli anziani mi aveva colpito fontana di bronzo, da loro ubicata nei pressi dell’attuale diga del Menta. Il toponimo non era riportato sulle carte dell’IGMI del 1990 o degli anni ’50 e nemmeno nella C.T.R. scala 1:10.000 del 1957. Mi ricordai però che anni fa all’Archivio di Stato avevo consultato una carta del 1874, relativa alla parte alta della fiumara Amendolea, con un elenco di toponimi e relative confinazioni. Andai a rivederla e, colpo di scena, il perito agrimensore Giovambattista Cotronei riportava: fontana di bronzo!
Quindi il toponimo trasmesso oralmente aveva anche una conferma documentale!
Sul significato del toponimo scartai l’ipotesi che interpretava bronzo come derivante da ronzo=ronzino, asino e quindi fontana ru sceccu. Anche in questo caso mi affidai alla fonte orale e seppi che, nell’area grecanica e anche ad Africo, quando si deve citare una sorgente dalla portata copiosa e con acqua fine si dice nesci nu bronzu d’acqua.
Rimaneva da individuare la fontana.
Con l’aiuto del cartografo dr. Francesco Manti la collocazione sembrava coincidesse con la fonte posta all’inizio del sentiero che accede o schicciu da Spana meglio conosciute come cascate di Maesano. Ma questa fonte per i locali è detta fontana da Serra, per la presenza nel passato di una segheria.
Successivamente feci un sopralluogo con l’arch. Domenico Malaspina, esperto di viabilità antica. Trovammo, in una pendice tra i faggi, una sorgente con una cospicua portata d’acqua. Il sito era stato però modificato dalle frane, dalle radici degli alberi, dai cinghiali. Comunque ritenemmo potesse essere stata la sorgente che alimentava la fontana di bronzo. E nel 2022 ne diedi notizia sui social.
Ma la storia non era finita. L’anno scorso fui avvicinato da Antonio Maesano, vicedirettore della Coldiretti, che con toni garbati mi disse che quella che avevo preso per fontana di bronzo non lo era.
La sua famiglia è originaria di Roghudi e allevava bovini proprio nelle montagne sopra il paese, giungendo, nella bella stagione, sino alle pendici di Montalto. La fontana di bronzo era quindi ben conosciuta dagli anziani di Roghudi e di Ghorio di Roghudi e Antonio ne conosceva l’ubicazione. Gli chiesi allora di guidarmi sul posto e, finalmente, una domenica di novembre ci siamo dati appuntamento alla diga del Menta.
L’escursione, al di là dell’obiettivo della mia ricerca, fu emozionante perché Antonio, accompagnato dal fratello Salvatore, conosceva molto bene i luoghi e la vita che vi scorreva. La montagna, raccontata da loro, si ripopolò di toponimi, aneddoti, attività, boscaioli, pastori, animali.
Imboccammo la pista che, dalla confluenza del torrente Menta con l’Amendolea, sale ai campi di Lia. Superato il tratto più ripido lasciammo la pista per individuare, sotto di essa, un sentiero appena accennato che seguiva la curva di livello. Eravamo all’origine dell’impluvio sotto il quale si trovava la “fontana” individuata con Malaspina. Una decina di minuti di cammino ed eccola, in un incavo della roccia, la vera fontana di bronzo.
Insediata dalle radici dei faggi ma con una piccola conca dove si raccoglieva l’acqua limpida e gelida. I fratelli Maesano avevano portato qualche piccolo attrezzo coi quali cercare di rimediare all’abbandono della fontana e una bottiglia che riempirono d’acqua. Immaginai la commozione dei loro anziani ai quali l’avrebbero portata.
Tornai lieto di aver conosciuto l’altro Aspromonte.

Plinio, Strabone e altri storici dell’età antica descrivono come navigabili gran parte dei fiumi calabresi. L’affermazione, soprattutto riferita alle fiumare aspromontane, mi ha sempre lasciato perplesso per cui di recente con l’amico e geografo prof. Renato Crucitti abbiamo approfondito la questione. Tralasciando ovviamente le notizie riportate in rete senza alcuna fonte bibliografica o documentale.
Abbiamo iniziato leggendo “Fiumi “navigabili” nella Locride antica” di Emilio Barillaro edito nel 1973 nel quale l’autore già cita il termine “navigabilità” tra virgolette e ne abbiamo proposto la lettura ad alcuni esperti.
Ne riportiamo il giudizio.
Prof. Marino Sorriso Valvo, geologo tra i massimi esperti in e di Calabria.
“Non è pensabile che qualcuna delle nostre fiumare fosse navigabile, dato che le fiumare hanno mantenuto, nei millenni, l’aspetto che hanno ai giorni nostri. Questo l’ho potuto dimostrare datando i depositi alluvionali antichi di diverse fiumare calabresi e, considerando che la fiumara ha una tale velocità evolutiva che non è compatibile con un tratto finale a bassa pendenza, come richiede un canale fluviale perenne e profondo: se così fosse, non vi troveremo depositi a grande granulometria e letti fluviali a elevata pendenza.
Insomma: Plinio, e tutti gli storici antichi, devono aver scambiato per letti fluviali le darsene che i Greci, ma anche i Fenici, costruivano per poter accogliere i loro navigli”
Di seguito il parere del dr. Gerardo Pontecorvo, dottore forestale e geografo.
“Ho letto con curiosità la pubblicazione che pur ricca di informazioni storiche è frutto di parecchia fantasia.
Certo che è affascinante pensare a fiumi navigabili al posto di aride fiumare ma la realtà fisiografica della Calabria odierna e antica non ce lo consente.
Non sono mai stati i disboscamenti, le frane e/o gli arretramenti di costa a determinare la navigabilità di un fiume. E non potrebbero esserlo. Questa dipende invece dall’ampiezza del bacino idrografico, dalla quantità di acqua (pioggia, neve, ghiacciai) e dal regime pluviometrico e di conseguenza dalla portata del corso d’acqua in termini di metri cubi e costanza di deflusso.
Prendiamo un bacino per tutti, quello dell’Amendolea il più grande. Pensa che il suo bacino è di appena 150 km2 (il Laverde è di 130). Quello del fiume Crati è invece di ben 2440 km2, ma non è, e non è mai stato, navigabile (verificato da approfonditi studi scientifici). Eppure, ancora oggi ha una portata massima di ben 36 m3/sec
Per non parlare della pendenza media! Quella dell’Amendolea, (circa 10%) per assurdo ricolma d’acqua non consentirebbe nemmeno al più potente dei motoscafi di risalirla!
Dunque, seppure il regime pluviometrico nelle epoche descritte nell’opuscolo (dalla Magna Grecia al medioevo) anziché di tipo mediterraneo fosse stato di tipo misto equatoriale/oceanico (che ovviamente non esiste) con pioggia abbondante per tutti i 365 giorni dell’anno non avremmo certo un fiume navigabile!
Come riportato nello stesso opuscolo, poiché quella dell’Amendolea è una valle molto ampia (conseguenza dell’emersione del massiccio dell’Aspromonte) potrebbe darsi che il mare vi entrasse per centinaia di metri (come nei fiordi norvegesi) costituendo un riparo per i natanti. Poi con la progressiva e naturale erosione dei versanti non sufficientemente compensata dal sollevamento della crosta terrestre il fiordo è stato interrato.
Anche per le altre fiumare si può al massimo pensare a qualche breve rientranza marina che nell’immaginario storico dell’autore si sono trasformate in veri e propri porti per grandi navi e in imponenti fiumi navigabili.”
Abbiamo consultato anche gli scritti dell’archeologo Giuseppe Cordiano, che ha indagato a lungo l’area tra Reggio e Locri.
Afferma che fino almeno a tutto il XVIII secolo cingevano l’Aspromonte una serie di potenziali approdi naturali costituiti in primo luogo dalle foci delle fiumare e dalle lagune costiere, soprattutto se al riparo di rilievi e presso sorgenti d’acqua dolce.
Circa il comprensorio dell’odierno Capo Bruzzano, sul quale ha indagato maggiormente, l’analisi topografica consente di intravedere dove naturalmente immaginare approdi per la navigazione a vela di medio-piccolo cabotaggio da età antica fino al XVIII secolo. A tale funzione hanno adempiuto a sud a ridosso della costa, fino almeno al 1781, le località chiamate Pantano Piccolo, alla base dei colli occupati in età bizantina da Brancaleone Vecchio, sia poco più a nord in special modo Pantano Grande, formato dal tratto terminale e dalla foce della fiumara di Bruzzano. Quest’ultima, prima delle bonifiche novecentesche, presentava un’ampia laguna portuosa che penetrava verso l’interno per 6 km e nel tratto più interno un’ansa molto ben al riparo dai sostenuti venti del quadrante orientale.
Infine i più recenti studi sulla geomorfologia aspromontana mostrano come nella sua porzione ionica, da sempre tettonicamente attiva in quanto in fase di forte sollevamento, il livello del mare fosse in età greco-romana un po’ più basso dell’attuale (tra i -2 ed i -0,80 m) ed in seguito sia anche intervenuto il fenomeno delle forti alluvioni e frane di notevole importanza morfologica (agevolate anche da un sempre più energico disboscamento del manto boschivo) che hanno causato l’interro di varie foci portuose in zona.
Per quanto sinora esposto riteniamo che la navigabilità si limitasse alla parte più prossima alla foce dove il mare, penetrando nel corso d’acqua, consentiva un approdo sicuro. Forse favorita dalla probabile maggiore copertura arborea nel passato dei versanti e delle rive del corso d’acqua così da consentire una portata più costante di quella che ora caratterizza le fiumare aspromontane.

Alcuni dei testi consultati:

  • Tra Rhegion e Lokroi Epizephyrioi, Un quindicennio di ricerche topografico-archeologiche tra Palizzi e Capo Bruzzano a cura di Giuseppe Cordiano, ETS 2014
  • Tra il Torbido e il Condojanni. Indagini archeologiche nella locride per i lavori ANAS della nuova 106 (2007-2013) a cura di Rossella Agostino e M. Maddalena Sica, Rubbettino, 2019