“Come a contatto dell’aria le antiche mummie si polverizzano, si polverizzò così questa vita. È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie». La frase di Corrado Alvaro descrive bene gli ultimi abitanti di Roghudi.
All’inizio degli anni ’90 cominciai a guidare gruppi di escursionisti in Aspromonte e Roghudi era una delle nostre tappe. Il paesino, in bilico sulla fiumara Amendolea, era stato dichiarato inagibile dal 1972 e quindi senza luce, acqua, ecc. Don Rafele (Raffaele Favasuli) era uno dei tre abitanti che non era voluto andare via.
Giungevamo supportati da un paio di furgoni carichi di viveri e attrezzatura da campeggio per 40 persone ma, nonostante questo dispiego di mezzi e la nostra preponderanza numerica, era lui il re di Roghudi. Dormivamo nella chiesa ormai sconsacrata che, anche se cadente, era l’unico edificio in grado di offrire un tetto a tante persone. Era lui, don Rafele detto Ciciuni, che mi consegnava le chiavi, dopo numerose raccomandazioni sul comportamento da tenere nell’edificio, per lui ancora sacro, ed in particolare per l’abbigliamento delle donne. Cercavamo di ricambiare la cortesia offrendo dolci e altro ma lui ci sopravanzava sempre. Entrava in una casa abbandonata e ne usciva fuori con un paniere colmo di ciliegie, da un’altra portava una cassa di birre fresche, da un balcone un cesto di fichi. Per non parlare delle cene consumate nell’unica minuscola piazza del paese (in 40 ci stavamo stretti) dove, appena la pasta era servita a tavola, passava con la ricotta salata grattugiandola così fitta e in una striscia ininterrotta sui piatti, sulle mani, sulla tavola che sembrava nevicasse. E a conclusione l’immancabile tarantella gestita da Nino Pangallo detto Palitta che nonostante gli anni teneva testa a tutti nel ballo.
Era una gioia per loro vedere rivivere il paese, anche se solo per una notte. Ma la gioia più grande è stata la mia che ho potuto intravedere gli ultimi bagliori di una civiltà che stava scomparendo.

Alcune foto d’epoca sono di Enzo Acri del CAI Edelweiss di Milano, tra i primi a portare gruppi di escursionisti in Aspromonte ed ancora oggi sulla breccia.
Approfondimenti in https://www.laltroaspromonte.it/3d-flip-book/guida-naturalistica-della-calabria-greca
https://www.laltroaspromonte.it/3d-flip-book/nei-paesi-delle-minoranze-linguistiche
e in altri volumi e articoli disponibili sul sito.

Nel 2012 ho cercato di organizzare, per i soci del CAI, la partecipazione alla transumanza estiva di bovini dalle coste del mar Jonio alla Sila. Con tutte le difficoltà derivanti dal gestire e far coincidere le esigenze della mandria di un centinaio di bovini con quelle della mandria di una ventina di umani al seguito.
In tale contesto è incredibile la capacità di pochi mandriani nel condurre centinaia di vacche. Nella ricerca di pascoli vi è però anche la metafora del cammino dell’uomo e del bovino, iniziato diecimila anni fa con la domesticazione. Sapienze e richiami ancestrali. Nonostante gli imprevisti e le complessità è stata un’esperienza totalizzante, coinvolgente.
È durata 3 giorni, dal 6 all’8 luglio. Da Umbriatico, paesino del crotonese a una trentina di chilometri dalla costa ionica, sino ai pascoli della Sila, al lago di Ariamacina, per un totale di circa 60 km di percorso.
Tutto nacque da una delle mie solite strane idee e da un giovane del luogo che era in contatto con gli allevatori che facevano la transumanza e si dichiarava in grado di organizzare la logistica di un gruppo di escursionisti che voleva seguire la mandria.
Insieme a Saverio Settimio strutturai una proposta alla quale aderirono una ventina di soci. Io partecipai con tutta la mia famiglia, mia moglie Laura e i miei due figli, all’epoca di 15 e 11 anni.
Noleggiamo un pullman che ci condusse al punto di partenza della transumanza e alla fine ci avrebbe riportati a Reggio Calabria e soprattutto trasportava bagagli e tende per l’allestimento dei due campi. Tuttavia, le perplessità nate nelle lunghe telefonate preparatorie con l’organizzatore locale aumentarono appena giunti sul posto. Elemento cardine su cui tutto ruotava era la mandria che, gli allevatori ce lo spiegarono subito, non aveva una velocità di cammino costante e prevedibile. Era pertanto difficile stabilire i luoghi dove si sarebbe fermata per la notte e quindi per noi dare appuntamento al bus (spesso non c’era linea per comunicare) che ci doveva consegnare il necessario per apprestare i campi. Né potevamo portarci addosso tende, cibo, ecc. perché non saremmo riusciti a tenere il passo delle vacche. Anche gli orari di partenza e di termine del cammino durante il giorno non si potevano stabilire.
Insomma, tutto legato al caso, o meglio, all’istinto, alla volubilità delle vacche!
Nonostante tali premesse partimmo, con un caldo terribile, in una nuvola di polvere e, stando dietro alla mandria, pestando innumerevoli cacche.
Non vi sto quindi a descrivere tutte le partenze impreviste; le soste (per noi) inspiegabili; la durezza del cammino anche per alcuni tratti asfaltati; l’incontro/scontro con un toro solitario che voleva insidiare le vacche al toro dominante della mandria; il dividersi imprevisto della mandria in due gruppi con separazione di vitelli e madri e, a sera, l’emozionante ricongiungimento.
In questo contesto la documentazione fotografica è stata limitata e raccolta in un album dal quale ho tratto le pagine che la descrivono: buona visione.

Per chi volesse approfondire il tema ho raccolto documentazione e testimonianze in Aspromonte. Ecco il link https://www.laltroaspromonte.it/storie/transumanza-in-aspromonte

Una storia che vi racconterò a ritroso. Inizia, o forse termina, nel 2021 quando scrissi, con l’amico Nuccio Venoso, il libro “Passi”. Un capitolo è dedicato alla chiesa di San Nicola di Cirella di Platì. È questo uno dei tanti minuscoli ma suggestivi edifici religiosi studiati amorevolmente in oltre un lustro di ricerche pedestri dal prof. Domenico Minuto. Avevo scelto questo luogo, insieme ad altri 20, per comporre un libro che mettesse insieme natura e storia.

San Nicola è alle pendici della bastionata rocciosa che, improvvisa, si innalza dai pianori ondulati ove sono adagiati i paesi di Platì, Cirella e Ciminà. Alcuni nomi: Aria del Vento, Rocce dell’Agonia, Rocche degli Smaleditti, Malacaccia già incutono timore. Così li descrive il Minuto: “Il groppone che alle sue radici piglia il nome dell’Agonia è insieme frastagliato e compatto. La sua superficie, coperta di macchia mediterranea, è tutta bitorzoluta per una gran quantità di sporgenze e rigonfiature della roccia, emergenti brillanti e nerastre dal fogliame, come il corpo di un rinoceronte. Più scattanti e frastagliate, sono, invece, le rocce del ciglio superiore della costa, man mano che ci si avanza verso gli Smaleditti; vicino al Passo di S. Nicola, sollevandosi fra brevi pianori e conche erbose, sembrano imitare, senza riuscirci, l’eleganza di Pietra Cappa, intensificandone, invece, quasi con angoscia, la forza pittoresca. Tali sono anche le Rocche degli Smalleditti, al di là della stretta valle, ma più grosse e più alte, con maggiore e cupa imponenza.”

C’ero stato nel 2016 con Minuto e Venoso, guidati da Mimmo Catanzariti, Arturo Rocca e Giuseppe Romeo. Salimmo a San Nicola dove ci aspettava Ciccio Romeo da Pagliarejia, il pastore-contadino custode dei luoghi. Incontrandolo ebbi il primo salto indietro nel tempo. Mi ricordai di averlo fotografato, col padre e il figlio, nel 1989. Quando sorvegliavano il gregge e il figlio andò a raccogliere un capretto appena nato.

Tornato a casa guardai le diapositive di quel rullino e ve ne erano alcune che ritraevano una croce, con incisa la data “1899”, scattate a San Nicola.

Volli saperne di più e chiesi al prof. Minuto che mi rimandò a un suo articolo apparso su “Calabria Sconosciuta”. Racconta di una sua escursione in quell’area il 9 dicembre del 1979 con Paolo Chirico e Mimmolino l’Artista. Resoconto vivido che narra come erano condotte le esplorazioni di quei pionieri.

Riporto i brani relativi alla croce: “Alle Rocce dell’Agonia il signor ‘Ntoni l’usciere si fermò e ci raccontò una storia. Al centro delle Rocce c’era una casa; vi abitava il secolo scorso il signor Pacifico. Egli coltivava tutta la zona attorno alla casa. Una volta, mentre si trovava a lavorare con i buoi nelle alture, al Passo di San Nicola, le bestie stramazzarono in ginocchio. Si mise a bestemmiare e corse davanti ai buoi per obbligarli a rialzarsi: ma stramazzò anche lui per terra, ad adorare un Crocifisso che affiorava dal suolo.  Del Crocifisso, il sig. ‘Ntoni disse di non sapere più niente e terminato il racconto prese commiato da noi. Proseguimmo verso la cima del colle e giungemmo alla casa del sig. Peppe Romeo che ci venne incontro. Era costruita con ciottoli e conci a secco, e ne uscirono anche alcune donne. Dopo le presentazioni, porgemmo il saluto del sig. ‘Ntoni e il discorso cadde sulla storia del sig. Pacifico. “Lì comparve il Crocifisso” dissero insieme le donne, indicando uno spazio tra un ulivo e un fico, dove avevano posto delle lastre, perché nessuno vi mettesse il piede di sopra.

… Intanto le donne avevano preso il Crocifisso: era di bronzo, circa 15 cm per 7, con il cartiglio INRI, sembrava non più vecchio di mezzo millennio, da quanto si poteva vedere sotto la piccola lastra di vetro della stauroteca in legno di gelso, opera artigianale della fine del secolo scorso, come attestava una data incisa. … Finalmente vedemmo: prothesis, diaconicòn, abside orientata al sorgere del sole di quei giorni, una chiesa bizantina, del tipo consueto nella nostra terra. Ci abbracciamo tutti e tre. Ponemmo il Crocifisso presso l’altare e adorammo anche noi, pregando per questa nostra terra, per la sua storia ormai disperata, per tutti gli abitanti, lavoratori, viandanti, forestieri immigrati o costretti.”

ADDENDA
Il Peppe Romeo (da Pagliarejia) che mostrò nel 1979 la chiesa di San Nicola al prof. Minuto è l’anziano da me fotografato nel 1989 insieme al figlio Ciccio. Quest’ultimo ci guidò nel 2016

Link
Libro Passi, pagg. 159-168 https://www.laltroaspromonte.it/portfolio-articoli/passi
Articolo Minuto 1980 Calabria Sconosciuta
https://drive.google.com/file/d/1gjHUuq9eRbClJuWED2_UDQgwHRUWpJZN/view?usp=sharing

 

Sauccio è una frazione del comune di Bagaladi ma fondata da abitanti di Cardeto.
C’ero stato la prima volta negli anni ’90 in preparazione della guida del Parco d’Aspromonte e poi, studiandolo meglio, nel 2004. Ci sono tornato questo mese e ora ve ne racconto la storia singolare.§È posizionato a metà costa del versante in destra idrografica del torrente Tuccio, in posizione soleggiata, in un piccolo pianoro che costituisce la zona coltivata del territorio. Circondato da boschi di castagno e di leccio purtroppo negli ultimi decenni devastati da incendi.
La fiumara sottostante, il cui letto è molto stretto quindi con cascate e diversi salti, è ricchissima d’acqua. Molte sono le sorgenti d’acqua all’interno dell’abitato e lungo la strada che porta al torrente.
La storia di Sauccio è relativamente recente, infatti, fino alla fine dell’Ottocento non vi erano abitanti nella frazione e i terreni, di proprietà di famiglie residenti a Cardeto, venivano coltivati dagli stessi che facevano la spola tra Cardeto e Sauccio. Le uniche costruzioni erano dei pagliai che servivano da riparo temporaneo.
Agli inizi del Novecento, i figli dei vecchi proprietari iniziano a sposarsi e a stabilirsi definitivamente a Sauccio creando il primo nucleo della comunità saucciota. I primi fanno parte della famiglia Megale, che oltre a essere agricoltori, fondano una delle prime attività manifatturiere nella zona. Infatti, nella località ora detta Mulino, impiantano l’attività del battinderi (in italiano gualchiera o follone), antico sistema per l’infeltrimento dei tessuti di lana, e iniziano a sfruttare l’energia idraulica prodotta con le acque del vicino torrente.
Con tale attività si produceva l’orbace, particolare tessuto di lana infeltrita, con cui si confezionavano i mantelli e i calzoni dei pastori.
Il funzionamento ininterrotto del battinderi necessitava di molto combustibile per alimentare l’enorme caldaia e questo ha prodotto il veloce disboscamento dei due versanti del torrente.
Intanto, altre famiglie si erano stanziate sul territorio, che costruendo altre case crearono quello che oggi è il centro abitato.
Aumentano i terreni coltivati, l’attività di terrazzamento dei versanti e il convogliamento delle acque sorgive per l’irrigazione. Ha inizio così lo sviluppo della comunità.
Con l’inizio della guerra e l’imposizione della tassa sul macinato, l’antico battinderi viene convertito in mulino e inizia la macinatura dei cereali. Installano una teleferica e si sviluppano attività artigianali collaterali. La più importante è la costruzione delle ciaramelle che ha raggiunto il massimo sviluppo con Antonino Megale. La comunità saucciota si afferma sempre più sul territorio. Sono proprietari dei terreni che coltivavano e questo li pone in un gradino superiore rispetto agli abitanti del territorio circostante, per lo più coloni di grandi proprietari terrieri. Quindi la comunità, non solo si è sviluppata in maniera veloce, ma ha anche scelto le linee di sviluppo, senza imposizioni o costrizioni esterne.
Non senza eventi tragici come la morte nel 1951 all’età di vent’anni di Antonia Battaglia, colpita da un fulmine. La ricorda una targa posta lungo la strada.
Questo tipo di economia, basato sull’autosufficienza, ha retto fin tanto che il sistema del baratto non è stato definitivamente sostituito dagli scambi monetari.
Il bisogno di denaro ha provocato le prime migrazioni intorno agli anni ’60, che da allora non si sono mai arrestate. Gli ultimi nuclei famigliari, per lo più costituiti da persone anziane si sono trasferiti nei centri vicini, Bagaladi, Melito e Gallina, fino a provocare il totale spopolamento del sito che è avvenuto nel 2000.
Nonostante ciò, alcuni proprietari, anche se trasferiti altrove, curavano i terreni e manutenevano le loro case. Ma l’incendio del 2021 ha inferto un colpo mortale. È in totale abbandono, le case stanno crollando e la natura riconquista lo spazio che gli era stato tolto.
Una vita breve, poco più di un secolo e Sauccio è scomparso!

Ringrazio per le notizie Giuseppe Battaglia e Pina Tripodi. Approfondimenti:
a pag 153 lo studio realizzato nel 2004
https://www.laltroaspromonte.it/portfolio-articoli/segni-delluomo-nelle-terre-alte-daspromonte
Un’escursione a Sauccio è descritta a pag. 95 del libro
https://www.laltroaspromonte.it/portfolio-articoli/il-parco-nazionale-daspromonte
Un video d’epoca di una delle ultime gualchiere in Italia https://fb.watch/kMHa1JPvVu/

L’oggetto della foto è quello che rimane di una mitragliatrice, l’immagine mi è stata inviata da un escursionista che l’ha notata ai piani di Zillastro, in agro di Oppido Mamertina.
Probabilmente fu usata durante lo scontro tra le truppe italiane e quelle alleate nella Seconda Guerra Mondiale. Un tributo di sangue che si sarebbe potuto evitare. Gli alleati invece pretesero che l’armistizio non venisse subito reso noto per evitare che i tedeschi si ritirassero rapidamente dalla punta dello Stivale.
All’indomani della stipula dell’armistizio del 3 settembre 1943, il 185° Reggimento della Divisione paracadutisti “Nembo”, mandato in Calabria per fermare l’avanzata delle truppe alleate, si trova in Aspromonte, ai piani di Zillastro. Sono esausti per le lunghe marce, per le perdite inferte dall’aviazione nemica, con poche scorte alimentari. Sono però fermi nella volontà di opporsi agli Alleati, che non sono più nemici. Ma i parà non lo sanno. Regna il caos: i tedeschi si ritirano, le altre truppe italiane si arrendono al nemico o disertano.
Sfiniti, al sopraggiungere della notte, si accampano nel bosco ma non si avvedono che sono stati circondati dal reggimento canadese “Nuova Scozia”.
Alle prima luci dell’alba l’amara scoperta: 400 paracadutisti contro cinquemila soldati canadesi. Nonostante la soverchiante disparità tentano di rompere l’accerchiamento. Essendo anche a corto di munizioni, fanno uso persino delle armi bianche ingaggiando un violento corpo a corpo. Inevitabilmente vengono sopraffatti lasciando sul campo di battaglia decine di morti e di feriti.
L’ammirazione del comandante del reggimento canadese è tale che, dopo aver ordinato il cessate il fuoco, ai superstiti fatti prigionieri e liberati dopo l’avvenuta comunicazione dell’armistizio, esprime il suo apprezzamento.
Su quell’altopiano, dove il bosco ha ormai coperto ogni traccia dell’inutile battaglia, una stele ricorda quei valorosi.

Per approfondimenti “I paracadutisti del Reggimento Nembo in Aspromonte e la Battaglia dello Zillastro di Cosimo Sframeli”.

Erano rimasti solo due pastori nel territorio di Africo in Aspromonte: Santo Morabito u Russicatu a Casalnuovo con circa 300 capi e Mimmo Criaco u Micciu nella montagna di Scapparone con 400 animali.
Alla fine dell’anno scorso u Russicatu ha deciso di vendere le capre e in questi giorni ho appreso che anche u Micciu ha deciso di abbandonare la pastorizia.
Non sentiremo più lo scampanio delle greggi, i richiami dei pastori, i nostri passi non si incroceranno con i loro. La montagna sarà deserta. Pur tra le tante contraddizioni di una attività che era arricchimento e depauperamento del territorio, abbiamo perso un pezzo di civiltà dell’Aspromonte.
Le immagini sono di alcuni dei tanti pastori incontrati nel mio camminare, molti ormai scomparsi. Da ognuno ho cercato di raccogliere memorie. Di seguito alcuni link per approfondimenti.

https://www.facebook.com/altroaspromonte/posts/pfbid02CGcysEHRMFnuY2kfYjxfHFE2t1HgiVmoGKCvdJf4qKDboi2WsP1qj6LNoYp2XMC5l
https://www.facebook.com/altroaspromonte/posts/pfbid02Wd6J4dgiAinmtz8JKfNd1gpVrurAP1DzENpjEGYUk9UwjT4H4v63uja8FuQupn3kl

Tra le divinità che popolano i boschi posso affermare di aver conosciuto gli elfi. Tali volevano essere, in totale simbiosi con la natura, alcuni giovani, uomini e donne, che nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso, si stabilirono nel pianoro in località Ficaro, a monte di San Giorgio Morgeto.
Lasciatasi alle spalle la vita moderna, decisero di fermare il tempo e vivere senza l’aiuto di mezzi tecnologici: energia elettrica, acqua corrente, telefono, ecc. ma niente gli mancava di tutto ciò.
Ricercatori apolidi volontari provenienti da diversi paesi europei avevano realizzato un Villaggio Universitario Pilota (brevemente VUP) dove conducevano ricerche sull’autosufficienza nell’ambito dell’habitat, dell’alimentazione, della salute e dell’energia. Rigorosamente vegetariani coltivavano l’orto con antiche varietà di ortaggi, accendevano il fuoco frizionando un bastoncino, proponevano la “silvilizzazione” come tecnica che sperimentavano con l’intento di applicarla nelle aree del mondo a rischio desertificazione.
Il villaggio, denominato «Fonte Sole», era situato a circa 900 m. di quota tra boschi di faggi. Marianne, Valerie, Olifan, Liparus questi alcuni dei loro nomi, vivevano in tende da loro realizzate, simili ai tepee indiani, con focolare centrale, realizzate in legno e tela. Proponevano soggiorni per imparare l’uso delle piante selvatiche, la costruzione di tende, le tecniche dell’agricoltura biologica.
Ne scrissi nella mia prima guida sull’Aspromonte, a pag. 193
https://www.laltroaspromonte.it/portfolio-articoli/il-parco-nazionale-daspromonte/
Una vita in simbiosi con la natura, un’organizzazione tribale e una visione animista del mondo.
Per molti una scelta estrema ma che, in anticipo sui tempi, faceva riflettere su quanto ci siamo allontanati da un equilibrato rapporto con la natura.
ADDENDA
Di seguito il link a uno dei protagonisti di quest’esperienza.
https://luigisenatore.wixsite.com/capannasudatoria/bio
Per quegli strani ricorsi della storia il parco Ecolandia a Reggio Calabria nel 2019 ha realizzato delle tende simili a quelle del VUP affidandone il montaggio a Demetrio D’Arrigo e a Lillo Gioffrè. Quest’ultimo lo trovate ripreso in una foto del 1991 all’interno di una tenda del VUP.

L’erica arborea è un arbusto sempreverde diffuso in Aspromonte. Spesso si associa al leccio formando oscure e dense gallerie. In dialetto detta “brivera”, che deriva dal francese bruyère. Dalla radice dell’erica si estrae il ciocco (a zzumpa in dialetto), un legno molto duro dal quale si ricavano pipe pregiate. In Aspromonte agli inizi del 1900 furono imprese tedesche e francesi ad avviare le prime attività industriali con decine di impianti sulla ionica e sulla tirrenica. Col tempo le maestranze locali acquisirono l’esperienza per mettersi in proprio tanto che sino agli anni ’70 del secolo scorso l’estrazione e la lavorazione del ciocco costituì un’importante risorsa per le popolazioni montane.
Nel 1995 ho conosciuto Micu Raso u Zuccaru, uno degli ultimi cioccaioli a Sant’Eusebio (San Giorgio Morgeto). Mi mostrò la zappaccetta (sciamarro in dialetto), l’attrezzo a due lame, una a forma di zappa per liberare il ciocco dal terreno e l’altra come un’accetta per tagliarlo dalla radice.
Per saperne di più ho visitato in quell’anno la fabbrica di pipe, ormai abbandonata, di San Lorenzo Marina.
Stabilimento creato negli anni ’50 che commerciava con Inghilterra, Stati Uniti, Sudafrica ma che subì negli anni ’80 una crisi determinata dalla diffusione della sigaretta e dai prezzi competitivi che aveva il ciocco proveniente da Spagna, Grecia, Corsica anche se di qualità inferiore. Resistette per alcuni anni importando ciocco da altre nazioni e poi producendo cassette di legno per l’ortofrutta, manici di legno ed altri materiali, sino a quando chiuse. Vi lavoravano oltre cento operai.
Il processo di lavorazione era lungo e laborioso. Il ciocco, giunto dalla montagna, veniva depositato
in un locale, ogni giorno andava bagnato e tenuto umido coprendolo con sacchi per evitare che si spaccasse. Nella segheria si selezionava il materiale per qualità (importanti sono le venature) ed il segantino individuava quanti abbozzi poteva trarre dal ciocco (solitamente 3-4). Poi si passava alla bollitura (14 ore continue) e l’acqua diventava rossa per il tannino che rilasciava il legno. Tolti dalla caldaia gli abbozzi venivano coperti con sacchi per evitare che raffreddassero bruscamente e spaccassero. Si lasciavano poi 5-6 mesi in essiccatoio.
In un altro fabbricato si lavorava l’abbozzo per ricavarne le pipe. Una macchina creava il fornello, una seconda la canna e una terza il fondo; poi il buco nella canna per inserire il bocchino e poi il buco nel fornello. Si lisciava con la pomice e si passava alle donne che la raffinavano ulteriormente con carta vetro di diversa grana. Si faceva un ultimo controllo e in caso di difetti rimediabili s’interveniva con stucco. Alcune venivano colorate. Si tornava poi ai tamponi (cotone) per lucidarle e risaltare le venature. In ultimo si marcavano (Italy) e s’imballavano in scatoli a dozzine.
Ora la fabbrica di San Lorenzo Marina è in abbandono. La Soprintendenza ha posto un vincolo come bene che non può cambiare destinazione d’uso ma andrebbe recuperato.
A conservare la maestria di quest’arte rimane a Reggio Calabria l’artigiano Fabrizio Romeo che in via S. Giuseppe, 87 ha il suo laboratorio. Discende da coloro che impiantarono la fabbrica di San Lorenzo ed è cresciuto in quei luoghi apprendendo l’arte dal padre Sebastiano e dai prozii Domenico e Peppe. Ora le sue pipe sono richieste in tutto il mondo.

Approfondimenti: un saggio di G. Pontecorvo-V. Lenzo tratto da Calabria Sconosciuta n 67/1195 https://drive.google.com/file/d/1j-DfZ8sPQtPHIGXFqt_4XNE6r-uc_UG_/view?usp=share_link
Un articolo del 1990 di un grande giornalista dell’epoca inviato in Aspromonte. Di pipe e di Fabrizio Romeo scrisse a chiusura dell’articolo https://www.laltroaspromonte.it/3d-flip-book/ricordare-aspromonte/
Infine una tesi di laurea consultabile alla biblioteca di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria http://www.bibliotechecalabria.it/SebinaOpac/resource/produzioni-sostenibili-nel-parco-nazionale-dellaspromonte-analisi-della-potenzialita-dellutilizzazio/RCA0769195?sysb=RCAUNIRC&tabDoc=tabcata

 

Un inverno eccezionale quello del 2017. La neve scese a quote così basse che Pietra Cappa venne avvolta interamente dal bianco. Ripropongo il racconto di quel 7 gennaio.
“Che la nevicata fosse unica, tutti l’hanno potuto apprezzare ma vedere l’Aspromonte in tali condizioni è una fortuna concessa a pochi. Stamane, io, Patrizia, Filippo, Pietro e Mariarosaria abbiamo lasciato il tepore delle case attrezzati e abbigliati come se dovessimo scalare la nord del Nanga Parbat ma per obiettivo la ionica sperando che da quel versante la montagna fosse raggiungibile con meno difficoltà, ma la neve iniziava dal mare. Vorremmo vedere Pietra Cappa. Chiamiamo gli amici di Natile ma ci dicono che Natile Vecchio è bloccato per la neve già alcuni km prima del paese. Chiamiamo San Luca e la neve inizia dal paese e lì ci dirigiamo. Abbiamo già problemi con l’auto nel superare i primi tornanti a monte del paese e la posteggiamo. L’idea di imboccare un sentiero che sale verso Pietra Cappa viene prudentemente abbandonata per seguire la strada. Guadagnato qualche centinaio di metri di quota delle vere tormente di neve ci avvolgono ma resistiamo. Saliamo ancora per qualche km ed a circa 600 m di quota intravediamo, tra la bufera, Pietra Castello e poco avanti si staglia enorme un’apparizione! Quasi un altro pianeta avvolto in un gelo siderale: PIETRA CAPPA! Negli anni passati in tanti l’avevamo ammirata con la piatta cima imbiancata, quasi un pandoro, ma mai l’avevamo vista integralmente vestita di neve, comprese le pareti verticali!
Sembrava la nord di un ottomila! Poco avanti sapevo dell’esistenza di uno stazzo che ci offre un po’ di riparo e (quasi) di corsa giriamo i tacchi e torniamo sui nostri passi (che nel frattempo la nevicata aveva cancellato velocemente). Un cane ci chiede “soccorso” e ci segue felice sino in paese dove, davanti al caminetto della sempre ospitale casa Stranges riprendiamo temperature meno polari.”

<<Nella piazza ballano, suonano, cantano notte e giorno, notte e giorno tuonano i boschi, alla fine sono diecimila, quindicimila persone che non fanno altro in quella valle stretta; l’eco ha un gran daffare a ripetere tutto quello strepito inestricabile, e fa un lungo fragore confuso. I sopraggiunti vedono e sentono la festa dalle terrazze sui monti, la valle che brucia come un vulcano e vi si buttano dentro col loro rumore.>> Così Corrado Alvaro descrive la festa di Polsi.
Polsi è luogo simbolo dell’Aspromonte. incastonato nell’ombelico di questa montagna, ai piedi del Montalto e alle origini della fiumara Bonamico.  Al santuario della Madonna della Montagna giungono, da secoli, migliaia di devoti. Il pranzo a base di carne di capra è uno dei riti del pellegrinaggio a Polsi; prosegue anche per l’intero pomeriggio in un susseguirsi di pietanze come per sconfiggere una fame atavica. Sino a pochi decenni fa le capre venivano uccise e macellate sul posto, lungo il torrente che diveniva rosso per il sangue.
Una pratica che veniva giustificata per l’assenza di energia elettrica e quindi non poter conservare le carni macellate. Nel 2005 la luce arriva a Polsi e termina tutto ciò. Ma è bene documentare e ringrazio Roberto Lombi per queste sue immagini dei primi anni ’80

ATTENZIONE, LE IMMAGINI CHE SEGUONO POTREBBERO URTARE LA VOSTRA SENSIBILITÀ.